«Una casa in cambio del voto», indagato l’assessore Pignoli che consegna una lettera al sindaco e si dimette

Una cittadina delusa mette nei guai il delegato all’ascolto del disagio sociale e alla protezione civile. La donna si è autodenunciata riferendo della promessa del politico e della foto scattata alla scheda
PESCARA. L'assessore comunale alla protezione civile, ascolto del disagio sociale e associazionismo sociale, Massimiliano Pignoli, si è dimesso. Consegnata una lettera al sindaco Carlo Masci un paio di ore fa. La vicenda che lo vede coinvolto è un’ipotesi di reato di corruzione elettorale. Giovedì la polizia giudiziaria si è recata in Comune, nel suo ufficio, per notificargli un avviso di garanzia e contestualmente per eseguire una perquisizione con sequestro finale dei cellulari dell’esponente politico ex Udc e oggi passato a Forza Italia (difeso dagli avvocati Augusto La Morgia e Melania Navelli). A firmare il provvedimento il pm Gennaro Varone che, con la supervisione del procuratore Giuseppe Bellelli, conduce questa inchiesta che fa seguito all'ultima consultazione elettorale: quella bis dell’8 e 9 marzo scorsi, confermativa dell’elezione a sindaco di Carlo Masci dopo l’intervento del Tar che dispose la ripetizione del voto in 23 sezioni per una lunga serie di errori nella gestione dei seggi.
Pignoli, che già in precedenza era stato il più votato, anche dopo questa consultazione bis parziale ha battuto ogni record con i suoi 1.136 voti. A far scattare l’inchiesta è stata l’autodenuncia di una sua conoscente o quantomeno sua elettrice, che risulta indagata per lo stesso reato (assistita dall’avvocato Tullio Zampacorta): anche a lei un paio di settimane fa venne sequestrato il cellulare. L’obiettivo dell’indagine è quello di accertare se davvero ci sia stato questo voto di scambio tra Pignoli e la donna che si era rivolta a lui per avere un appartamento in affitto (visto che l’assessore aveva una serie di deleghe anche specifiche che poi il sindaco Masci ha ritenuto di rivedere e sfoltire).
Nel succinto capo di imputazione Varone, citando l’articolo di legge violato (art. 86 del Dpr 570/1960), scrive: «Per aver Pignoli promesso ad A.C. (usiamo noi solo le iniziali ndr), in cambio del voto elettorale nell’elezione del consiglio comunale di Pescara tenutasi nei giorni 8 e 9 marzo 2026, l’utilità di un appartamento in affitto in via Monte Bolza e per avere la C. accettato tale promessa esprimendo, poi, il voto richiestole. In Pescara in data anteriore e prossima alla data del voto elettorale». Un caso sporadico, quello in cui è inciampato Pignoli? Solo se si esclude il processo per lo stesso reato che si tenne nel 2016 e dal quale venne assolto con formula piena. L’antefatto di questa vicenda è però importante e avrà interpretazioni diverse a seconda da come verrà letto: se dal punto di vista accusatorio o difensivo. Di fatto la coindagata si era rivolta a Pignoli (come avviene quasi quotidianamente, basta visionare le lunghe file di cittadini dietro la porta dell’assessore in Comune) per essere aiutata nella ricerca di una casa, anche perché aveva con sé una bambina piccola (la donna ha anche altri figli).
L’esponente politico le avrebbe detto che si sarebbe attivato. Poi si sarebbe ricordato che una sua conoscenza aveva una casa dove abitavano due sorelle, una delle quali venuta a mancare, e allora avrebbe detto alla sua elettrice che appena si fosse liberata completamente, quella casa poteva fare al caso suo. La donna, visto che non arrivavano novità, si sarebbe recata di persona in quell’appartamento, scoprendo che era occupato. E allora decise di occupare un locale di una casa Ater. Ma da lì a poco la municipale fece un blitz in quelle case abusivamente occupate mandando via tutti. È in quella circostanza che la coindagata si autodenunciò: «Nel corso di attività di sgombero dell’appartamento occupato abusivamente da A.C. in via Passolanciano di proprietà Ater di Pescara», scrive il pm nel decreto di perquisizione e sequestro notificato a Pignoli, «la predetta ha spontaneamente riferito alla polizia locale operante della promessa ricevuta dall’assessore comunale Pignoli, di procurarle in locazione la casa in cambio del voto elettorale».
E il magistrato scende anche in qualche particolare, quando ad esempio afferma che l’indagata «spontaneamente» precisò di essersi recata da Pignoli negli uffici comunali all’esito del voto, «che ha documentato fotografando la scheda elettorale con il proprio telefono», e di aver insistito per ottenere quanto promesso e di aver ricevuto invito a pazientare; di essersi quindi recata in via Monte Bolza per scoprire che l’appartamento era già locato da alcuni mesi. Ed ecco il senso della perquisizione (per cercare carte che potrebbero mettere in relazione l’assessore con la coindagata) e soprattutto del sequestro dei cellulari dell’assessore (quello della coindagata era già stato acquisito dagli investigatori). Scopo: accertare la presenza di corrispondenza tra Pignoli e la donna e la proprietaria dell’immobile di via Monte Bolza; tra Pignoli e la coindagata, ovvero tra Pignoli e «altri elettori destinatari di medesime promesse, ovvero volta alla ricerca di appunti su tali circostanze, documenti rinvenibili in cartaceo o nelle memorie dei telefoni personali in uso alle persone sottoposte alle indagini».
Non solo, ma la ricerca sui cellulari di entrambi riguarda anche la scheda elettorale fotografata di nascosto dalla donna al momento del voto, per poi mostrarla a Pignoli come prova del patto rispettato, almeno da parte della donna. Un lavoro investigativo ancora nella fase iniziale, con gli investigatori stanno scavando anche su altre situazioni simili per verificare se quella raccolta di voti venne viziata o meno dal reato di corruzione elettorale.
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