«Vacanze, mobili e borse firmate con le carte aziendali della Oma»

Il pm ricostruisce le somme distratte dagli Angelucci durante il procedimento avviato per il fallimento E descrive il ruolo di primo piano di Masciarelli: «Inviava al tribunale relazioni false e inattendibili»
PESCARA. Nelle venti pagine che compongono l’avviso di conclusione delle indagini firmate dal pm Andrea Di Giovanni, sulla bancarotta fraudolenta a carico di Mauro Angelucci, ex presidente di Confindustria ed ex presidente della Camera di commercio di Chieti-Pescara, di suo fratello Giovanni e del cugino Alessandro (indagati insieme ad altri, compreso il collegio sindacale della Oma di Torre de’ Passeri), figurano somme molto elevate che sarebbero state distratte anche durante il procedimento che era in corso davanti al tribunale di Pescara, prima per il concordato e poi per il fallimento della società Oma e della Holding Angelucci.
Due milioni e mezzo dati in pagamento a Rocco Pilotti (anche lui indagato nello stesso procedimento) per «presunte attività di consulenza in ambito finanziario in favore della società fallita, in realtà totalmente o parzialmente inesistenti»; 183 mila euro erogati alla società “Vigilanza Hermes srl” nell’ottobre del 2014 in «pagamento di presunte attività di consulenza commerciale, in realtà totalmente inesistenti»; oltre un milione di euro che dal 2011 al 2019 sarebbero stati spesi per «acquisti di vini e generi alimentari (non inerenti l’attività aziendale) presso l’Azienda Agricola Angelucci, società appartenente al gruppo Angelucci»; altri 118 mila euro sempre per acquisto di vini alla società “Beverage & More srl” anche questa del gruppo Angelucci. E poi acquisto di mobili da arredamento per 76 mila euro presso la “Maison Decore” e altri 70 mila ad un altro rivenditore sempre di mobili; e ancora 185 mila euro «registrati in contabilità fittiziamente e genericamente, tra il 2014 e il 2019, come “acconti a dipendenti”, in realtà non giustificati né sorretti da idonea documentazione a riscontro della effettiva destinazione». E poi circa 2 milioni e 600 mila euro «di cui 1 milione e 300 mila addebitati sulle carte di credito ad essi in uso in parte anche successivamente al deposito della domanda di concordato, in pagamento di sistematici acquisti di natura personale non inerenti l’attività aziendale».
E qui si parla di soggiorni presso hotel, resort e spa, pasti in ristoranti, acquisto di generi alimentari, di capi di abbigliamento (come ad esempio borse Chanel da 25 mila euro), gioielli e addirittura per il noleggio di palme presso stabilimenti balneari. Insomma, con quelle carte aziendali intestate agli amministratori, stando a quanto la guardia di finanza avrebbe accertato, si acquistava di tutto: spese che non avevano alcun collegamento con questioni aziendali. E nello stesso tempo venivano elusi i pagamenti di imposte e contributi previdenziali nei confronti dell’erario, Inps e Inail, che negli anni dal 2001 al 2019, avrebbero generato una esposizione debitoria che si attesta intorno ai 45 milioni di euro.
Nell’imputazione viene disegnato anche un ruolo di primo piano per Giancarlo Masciarelli, ritenuto il regista occulto di una serie di operazioni.
Gli Angelucci e Masciarelli, ad esempio, «rappresentavano falsamente il valore aziendale su cui calcolare il canone di affitto e il prezzo della futura vendita mediante deposito al tribunale fallimentare di Pescara di perizia di stima dell’8 luglio 2019 a firma del socio della PWC spa (ma riconducibile ideologicamente a Masciarelli, vero dominus dell’operazione concordataria), specificamente sottostimando il valore dell’avviamento nelle componenti del portafoglio commesse e del portafoglio clienti, pur essendo tali elementi già inseriti nel budget aziendale, nel portafoglio ordini e nel piano industriale, per un differenziale pari a 8 milioni di euro».
E ancora inviando periodicamente al tribunale «false e comunque inattendibili relazioni, riconducibili materialmente e/o ideologicamente a Masciarelli ed occultando le perduranti condotte distrattive o comunque dolose in capo a Mauro e Giovanni Angelucci». In questo quadro, la società Oma sarebbe stata sempre attiva (e lo è anche oggi sotto la direzione del commissario giudiziale Roberto Costantini) dando lavoro a centinaia di operai. Tutto sarebbe peraltro documentato negli atti del fascicolo e soprattutto una parte di questi illeciti sarebbero stati confessati dallo stesso Mauro Angelucci che, a settembre del 2019, accompagnato dai suoi legali Giuliano Milia e Augusto La Morgia, decide di presentarsi in procura e autodenunciarsi per la bancarotta e per una serie di altri reati fra cui appunto i falsi in bilancio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

