Vendite con la truffa, scattano 7 arresti

1 Marzo 2017

In carcere i fratelli Luciano e Gianni Bellia. Per la procura di Perugia il danno è di due milioni. Anche Mps tra le vittime

PESCARA. Era una struttura criminale «altamente organizzata» quella smantellata due giorni fa dalla polizia postale e delle comunicazioni umbra che ha arrestato sette persone, di cui cinque in Abruzzo, e ne ha sottoposte sei ad obbligo di dimora, di cui una in provincia di Chieti. Per il gip di Perugia Carla Maria Giangaboni, gli indagati avevano messo in piedi un'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie di reati, primo tra tutti la truffa, non solo ai danni di alcune aziende, ma anche di istituti di credito e di finanziamento. Si muovevano, sostiene il gip, «in maniera coordinata e sinergica» per realizzare un piano criminale che avrebbe provocato un danno pari a due milioni di euro.

Gli indagati avrebbero costituito tre imprese fantasma, facendole apparire «solide e attive sul mercato» anche attraverso la predisposizione di documenti falsi, per poi acquistare merce che veniva pagata solo in parte. I fornitori venivano contattati tramite mail e mentre i primi pagamenti venivano onorati senza problemi, le successive forniture, più consistenti, non venivano saldate. Tra i truffati anche istituti di credito e di finanziamento (Monte dei Paschi di Siena e Credem) dai quali le società fantasma hanno ottenuto mutui e finanziamenti anche a beneficio dei presunti dipendenti che in realtà non erano assunti. Per evitare il pagamento delle merci ordinate nell’ambito del piano truffaldino, tra cui prodotti ittici e buoni pasto, si ricorreva a vari metodi, tra cui la falsa denuncia di smarrimento degli assegni inviati, o la falsificazione delle distinte di bonifico. In un caso il gruppo si sarebbe perfino giustificato dicendo che qualcuno aveva effettuato ordinativi falsi a nome loro.

Nel ricostruire l'organizzazione, gli investigatori hanno anche definito i ruoli di ciascuno. Il «vertice e il trait d'union tra i membri dell'associazione» sarebbe stato Cristiano Cocci Grifoni, mentre il suo braccio destro sarebbe stato Gianluca Farnesi, che avrebbe affiancato il primo e lo avrebbe sostituito. A fianco di Cocci Grifoni avrebbe avuto un ruolo di primo piano anche uno degli abruzzesi Vincenzo Tripodi, detto Enzo, che tra l'altro, avrebbe perfino composto i dissidi interni all'organizzazione. Christian Benna, invece, risultava titolare unico di una delle ditte fantasma e si occupava, dice l’accusa, di curare tutti i rapporti esterni legati all’azienda stessa. Un ruolo di vertice viene riconosciuto anche ai fratelli Luciano e Giovanni Bellia (difesi rispettivamente dagli avvocati Gianluca Carlone e Giacomo Cecchinelli), che avrebbero «manovrato e diretto la cellula chietina», coordinando e indirizzando l'attività illecita. Giovanni Bellia, in particolare, avrebbe presieduto alle riunioni del gruppo e dettato le priorità, oltre ad accompagnare Benna in tutti i suoi spostamenti ed incontri d'affari. Un ruolo «apicale» viene riconosciuto al consulente finanziario, avrebbe predisposto le truffe ai danni della Credem realizzando documentazione fiscale falsa da usare per i finanziamenti in favore dei presunti dipendenti delle ditte fantasma, curando la parte contabile delle società.

Domenico Cantoli, sottoposto all'obbligo di dimora, avrebbe svolto il compito di commercialista del gruppo e avrebbe trasmesso all'Inps le false pratiche di assunzione di personale per conto di due ditte. L’intenzione sarebbe stata quella di arrivare a una finta regolarizzazione occupazionale per poi ottenere da istituti finanziari e di credito finanziamenti con cessione del quinto dello stipendio per 200mila euro, come è stato. Ma la retrocessione dei ratei del quinto di quegli stipendi inesistenti, non è mai avvenuta.

Era tutto organizzato. Per contattare le ditte da truffare sarebbero stati creati degli indirizzi di posta elettronica e delle utenze telefoniche ad hoc, per poi effettuare gli ordini di merce che veniva ricevuta in magazzini di stoccaggio e poi rivenduta, pagandone solo una parte. Sarebbe stato usato anche un indirizzo molto simile a quello del responsabile commerciale di una grande società, inducendo in errore i fornitori ai quali si chiedevano grossi quantitativi di merce.

Tra le accuse anche quella di aver ottenuto, con documentazione falsa, un mutuo dal Monte dei Paschi di Siena e una apertura di credito, oltre alla disponibilità di uno scoperto di conto: un'operazione da 336mila euro, giustificata con l’acquisto (simulato) di una attività.

Questi soldi, come gli altri profitti, per un totale di 600mila euro, sarebbero spariti ad opera del gruppo che avrebbe provveduto alla suddivisione tra i vari componenti.

Venerdì i primi interrogatori, in carcere. In quella sede i fratelli Bellia intendono «chiarire la propria posizione e riferire i fatti», dicono i difensori.

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