Venice Days, l’altro lato della Mostra
Parla il direttore Giorgio Gosetti: «Cerchiamo titoli in grado di raggiungere ogni tipo di pubblico»
Giorgio Gosetti, veneziano, 49 anni, nel mondo cinematografico è considerato uno dei più brillanti direttori e ideatori di festival. Anche quest’anno sarà al Lido in qualità di direttore artistico dei Venice Days, la sezione collaterale alla Mostra.
«Le Giornate degli autori portano acqua e remano in direzione della Mostra del Cinema, questo è il nostro primo intento» dice. «Cerchiamo di presidiare quei territori che, per mille motivi, risultano essere meno battuti dal palinsesto ufficiale. Una manifestazione come questa ha bisogno di essere la più generalista possibile nel senso bello del termine. Si occupa di tutti i tipi di pubblico cercando di soddisfare la richiesta di chi ama il cinema. Il nostro compito è quello di integrare il lavoro della Mostra diventando stimolo, supporto e completamento». Dallo scorso anno le Giornate sono diventate anche una sezione competitiva, ma gli intenti e le modalità di questa formula sono abbastanza diversi rispetto al lavoro delle altre giurie. «Ci abbiamo messo dieci anni a decidere di creare uno spazio competitivo. Una rassegna degli autori non deve per forza essere competitiva, il concorso ha senso se serve a favorire la vita stessa dei film. Abbiamo scelto di istituire una giuria composta da 28 spettatori cinefili appartenenti a 28 paesi europei. L’idea è quella di creare una modalità diversa di discussione e di giudizio. Noi dobbiamo dare più voce allo spettatore, ma non in maniera indistinta. Non solo con il premio del pubblico che abbiamo come la Settimana della critica, ma in una maniera più mirata e coinvolgente. Siamo onorati di avere come presidente di questa giuria Laurent Cantet». Quale film troverà più il favore del pubblico in sala e quale sarà il più ostico? «Apriremo la nostra selezione con “Lo sconosciuto”, un vero e proprio action movie. Ambientato in una realtà molto bruciante come quella rappresentata dalla crisi economica, ci parla di banche, banchieri e persone che non possono restituire i prestiti. Il tema è forte, ma allo stesso tempo si tratta di una pellicola di vero e proprio entertaiment. All’opposto, “Innocence of memories”, voluto, scritto, animato dal premio Nobel Orhan Pamuk è un viaggio ipnotico dentro una città di notte». Dopo Cannes, anche questo Festival, numericamente, sembra voler premiare la nostra cinematografia. Anche nel vostro caso la selezione italiana è forte. Come si può interpretare questo segnale? «Siamo stati molto in imbarazzo a non sembrare sciovinisti da un lato e troppo timorosi dall’altro. Non sta scritto da nessuna parte che le Giornate degli autori, solo perché promosse da autori italiani, debbano avere tre film in concorso su undici. Alla fine abbiamo deciso seguendo un unico criterio; semplicemente questi tre film ci piacevano proprio tanto. Quando si disegna una selezione, non si sa dove si sta andando. Alla fine abbiamo trovato un’opera prima, “Arianna” di Carlo Lavagna che sono sicuro sarà una vera scoperta, un’opera seconda - “Viva la sposa” di Ascanio Celestini, che conferma che Celestini non è solo un grande one man band a teatro, ma è anche un autore di cinema, e poi c'è “La prima luce” con Riccardo Scamarcio, quinto di film di un regista affermato come Vincenzo Marra, un autore che si merita a pieno titolo un risarcimento. Questo è un film profondamente personale, onesto ed emozionante. È quasi totalmente in Cile, ma per la sua anteprima mondiale ci piaceva che fosse circondato dal calore del suo paese».
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