Vincenzo Olivieri: un premio al cantore ironico del dialetto

Prestigioso riconoscimento della Settembrata Abruzzese La cerimonia domani alle 21 al teatro Sant’Andrea
PESCARA. Una carriera ultraquarantennale che, poggiando molto sul dialetto pescarese e sulla sua innata ironia, ha messo sotto la lente della satira vizi e virtù di un territorio e dei suoi abitanti. Vincenzo Olivieri è sempre stato attento osservatore della realtà che quotidianamente scorre sotto i suoi occhi e ora, per il suo lavoro «di riscoperta e valorizzazione del dialetto abruzzese», arriva un prestigioso riconoscimento: quello della Settembrata abruzzese, la rassegna di tradizioni popolari che si terrà al Teatro Sant’Andrea di Pescara, domani alle 21.
Olivieri, domani alla Settembrata abruzzese le verrà consegnato un riconoscimento per il suo impegno nella riscoperta del dialetto abruzzese. Una bella soddisfazione.
«Oddio, il fatto che vogliano dare un premio a me, mi dà da pensare! No, a parte gli scherzi, ricevere un premio è una cosa piacevole e in questo caso la motivazione è importante. Non pensavo di aver fatto qualcosa di significativo, ma il riconoscimento mi fa tanto piacere».
Da tanti anni lei percorre la strada degli spettacoli in dialetto: c’è differenza tra quando ha iniziato e quello che fa oggi?
«Ho sempre fatto il cabarettista utilizzando il dialetto, ma effettivamente una svolta c’è stata. Nel 2014 ho iniziato a fare uno spettacolo, portandolo anche nelle scuole: Abruzzese 2.0, dalla transumanza al wetransfer. C’era il dialetto, ma parlavo anche delle tradizioni, della transumanza, che ora è Patrimonio immateriale dell’Unesco, delle cose del territorio. I ragazzi ascoltavano con entusiasmo e quando tornavano a casa ne parlavano con i genitori, insieme approfondivano alcuni temi, facevano ricerche. Da questa esperienza è venuta fuori una lezione-spettacolo che ho portato nei borghi, anche grazie alla rassegna Accendiamo il Medioevo organizzata da Licio Di Biase. Lo spettacolo è stato replicato per due stagioni in tutto l’Abruzzo: erano lezioni molto belle, parlavo della nostra regione in questi borghi, posti magici, in spazi raccolti. Poi c’è stato un mio amico, Antonio Sorella, linguista dell’Università d’Annunzio, che ha scritto una bella prefazione per lo show. Così tratto, sempre con ironia, anche temi grammaticali, faccio ricerca sui nostri modi di dire».
Il dialetto riesce a concentrare in un solo termine concetti lunghi da spiegare in italiano. Qualche esempio?
«È proprio una caratteristica del nostro dialetto, riuscire a spiegare in modo sintetico un concetto. Se in italiano la frase è “che tu possa essere”, in abruzzese bastano tre lettere “sci”… Per cui chi sci’mbise, (che tu sia impiccato, ndr), chi sci’ccise (che tu sia ucciso, ndr). Oppure, “fai subito a (fare qualcosa)” diventa “ndra”: ndraffall’ (fallo subito, ndr), ndrammuvete (muoviti adesso, sbrigati ndr).
E ci sono anche particolari modi di dire...
Sì, ci sono parole che hanno una storia dentro. A Pescara, ad esempio, diciamo “andare in cascetta”, per descrivere quando ci si indispettisce per una cosa riuscita male. Ho trovato che c’è una ragione storica dietro questo modo di dire, di quando si viaggiava in carrozza e c’erano due conducenti. Uno guidava, stava in cassetta e si beccava tutte le intemperie. E al cambio, il conducente che si era riposato, appunto, “andava in cassetta” a prendersi la pioggia e il vento».
Che valore ha per un artista l’uso del dialetto piuttosto che dell’italiano?
«Anche per attori di altre regioni italiane c’è un percorso che magari parte dalla barzelletta, perché il dialetto ha un effetto diverso, immediatamente comico. Il dialetto ha sfumature diverse».
Il suo è un lavoro a 360°.
«Sì, perché nei miei spettacoli uso l’ironia ma tocco anche argomenti come la storia, la geografia, la linguistica. Ad esempio, spiego come la dominazione borbonica abbia lasciato tracce nella nostra lingua - io la chiamo lingua - e spiego le influenze spagnole che ci sono. L’italiano, ad esempio, ha due verbi ausiliari, essere e avere, mentre lo spagnolo ne ha quattro: essere, avere, stare e tenere. Ecco, in abruzzese noi abbiamo anche stare e tenere, come lo spagnolo: sting’ stang’ (sono stanco, ndr), ting’ fame (ho fame, ndr). Insomma, si scherza con il dialetto, ma ci sono le regole».
La Notte dei Serpenti a Pescara, la Targa Tenco vinta quest’anno dal cantautore pennese Setak: c’è una riscoperta dell’abruzzese?
«Lo vedo anche io, è una riscoperta a un livello alto, più colto. Una cosa che mi piace, se fatta in modo intelligente. Mi dispiace quando l’abruzzese è usato in maniera rozza, volgare. Enrico Melozzi valorizza la musica del territorio. Anche io ho fatto un esperimento del genere: sono un fan di Renato Zero, così ho preso la canzone Vola Vola e l’ho messa sulla musica di Il cielo, che ha la stessa metrica. La canto con la voce di Renato, una rielaborazione elegante del repertorio classico».
Che importanza ha il dialetto tra i giovani?
«C’è una riscoperta, soprattutto sui social. I ragazzi pubblicano canzoni in dialetto, alcune cose sono molto simpatiche, altre un po’ volgari. Comunque, ho scoperto che ci sono tante persone che lavorano nell’ombra, professori, impiegati. Cerco di attingere anche a cose locali, per essere più vicino ai diversi territori abruzzesi nelle mie lezioni e farmi capire meglio».
Con la riscoperta del dialetto si può fare turismo?
«Certo, è una forma di promozione, basta vedere quello che succede in Puglia con la taranta. Basta che si faccia in maniera intelligente. Dopo i miei show, puntualmente ci sono persone di altre regioni che vengono a farmi i complimenti. È una forma di promozione culturale».
Cosa si augura per la sua carriera futura?
«Quello che mi sta a cuore è riuscire a creare curiosità. Mi piacerebbe che i ragazzi, dopo avermi ascoltato, tornassero a casa e si andassero a documentare. In Abruzzo siamo carenti sul piano della storia della nostra regione. Forse non tutti lo sanno, ma qui è stata coniata la prima moneta con la scritta “Italia”. Pecchiamo nel non ricostruire come siamo arrivati alla nostra contemporaneità. Voglio dare una tiratina di orecchie a chi dovrebbe diffondere la nostra cultura. E mi piacerebbe che qualcuno della Regione Abruzzo magari mi faccia i complimenti. Io faccio il mio mestiere con amore, ma a volte un riconoscimento fa anche piacere».

