Violentata e lasciata morire Ricorso dei due condannati

25 Novembre 2021

Puntano all’annullamento in Cassazione delle pene dai 2 agli 11 anni e mezzo Le sorelle della vittima: lei è una delle tante vittime della violenza sulle donne

PESCARA. Nella giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, torna in primo piano la morte di Anna Carlini, la donna pescarese di 33 anni, con problemi psichici, violentata e lasciata morire nel tunnel della stazione di Pescara il 30 agosto del 2017.
Per quell’assurda morte, due romeni sono stati condannati per omissione di soccorso e uno anche per stupro, nei due gradi di giudizio. La Corte d’Appello ha infatti confermato la pena di 11 anni e mezzo per Nelu Ciuraru, gravato di due reati, e 2 anni per il connazionale Robert Ciorogariu.
Adesso i legali dei due imputati (Leone Di Giannantonio e Stefano Sassano) hanno presentato ricorso in Cassazione nel tentativo di annullare quella condanna, e magari far rinviare il processo in appello.
Il legale di Ciuraru, l’imputato più gravato, ha puntato molto sulla testimonianza di un altro straniero che quella notte era presente nel tunnel e che riferì di una serie di comportamenti dei due, nonché di quanto aveva sentito da altri che avevano assistito alla violenza sulla donna. Il percorso del procedimento della procura trovò un ostacolo nell'incidente probatorio con il quale il pm aveva cercato di cristallizzare quelle preziose testimonianze, che poi, però, venne ritenuto nullo per il solo Ciuraru per una questione di mancate notifiche. Ma il problema sollevato nel ricorso riguarda proprio la posizione del teste Albert Marius Valentin e le sue dichiarazioni che l’avvocato Di Giannantonio ritiene inutilizzabili in quanto, già nella fase predibattimentale, il teste «doveva essere sentito in qualità di imputato o persona sottoposta a indagini» in quanto, essendo stato presente nel tunnel quella notte, non avrebbe attivato i soccorsi in favore della povera Anna.
In sostanza, il legale sostiene che la posizione del teste sarebbe paragonabile a quella dei due imputati quanto al reato di omissione di soccorso. Nel ricorso si contesta anche il metodo seguito per l’accertamento del Dna sulle tracce organiche trovate sul corpo della vittima, che apparterrebbero a Ciuraru, ritenuto il violentatore. Tutte questioni che erano già state sollevate e affrontate dai giudici di primo e secondo grado e “bocciate”.
«Da un punto di vista giuridico», afferma il legale della famiglia di Anna, l’avvocato Carlo Corradi, «ritengo l’assoluta infondatezza dei ricorsi, essendo stata la vicenda adeguatamente motivata dalla Corte d’Appello di L’Aquila».
Intervengono anche le sorelle di Anna, Isabella e Jessica Martello: «Ci aspettavamo questo ricorso: purtroppo loro possono chiedere tutto mentre noi vittime no. Oggi, in questa giornata particolare contro la violenza sulle donne, mi sento di lanciare un messaggio, visto che Anna è stata una delle tante vittime di violenza. Servirebbero delle pene più severe per chi si sporca di questi reati. Molte donne hanno paura di denunciare per non esporsi, ma bisogna trovare il coraggio di fare questo passo, per evitare che ciò che è accaduto ad Anna possa accadere ad altre».
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