«Volevamo solo avere una casa»

25 Agosto 2017

La disperazione delle immigrate. Le associazioni: «Risposta inadeguata»

ROMA. «Vergogna, vergogna», «mai più senza casa» gridavano i migranti mentre i poliziotti li rincorrevano. Volevano una casa e non vivere in un centro del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) o, in mancanza di posti, in un Cara o in un centro di prima accoglienza per essere poi buttati fuori dopo pochi mesi, al massimo sei. Da 4 anni avevano eletto quel palazzo ad otto piani in via Curtatone, nel centro di Roma a poca distanza della stazione Termini, come loro abitazione ma sabato sono stati sgomberati. Ci vivevano in oltre 400. E da allora un centinaio tra richiedenti asilo, rifugiati e «assistiti» del Corno d'Africa hanno dormito per cinque notti accampati nei giardini di piazza Indipendenza. Centosette migranti, considerati in una situazione di maggiore fragilità, sono rimasti ospiti dello stabile. Di loro 20 persone, tra donne sole con figli minorenni, disabili, diabetici, dializzati che hanno scelto di accettare l'assistenza offerta dal Campidoglio. Altri 28, tra i quali 9 minori, ci sono andati ieri. Oltre 50 hanno rifiutato l'accoglienza di Roma Capitale, molti altri dormiranno sparsi in giardini e aree verdi del centro, i più fortunati da amici.
È il caso di Almas, 50 anni, venuta in Italia dall'Etiopia 24 anni fa, lavora come badante per tre anziani italiani. «Avevo lasciato l'appartamento dove vivevo - ha raccontato - perché la mia amica era tornata in Etiopia e non potevo permettermelo da sola. Ora sto da amici, ho portato lì la valigia, ma dentro a quel palazzo ci sono ancora delle cose mie».
«Vogliamo solo una casa - hanno spiegato alcune donne - per il momento le proposte le abbiamo viste solo sui giornali, a noi nessuno ha detto nulla».
Ma il coro di critiche viene proprio da chi con i migranti c'è stato come Msf Frontiere o il Centro Astalli, dall'Arci ad Amnesty e all'Unicef e a tante altri associazioni. All'unisono lamentano l'assenza delle istituzioni, in particolare del Campidoglio, l'eccessivo uso della violenza da parte delle forze dell'ordine e la mancanza di programmazione che ha fatto diventare un tema umanitario un problema di ordine pubblico. La Caritas ha chiesto «l'istituzione di un tavolo permanente presso la Prefettura, con Comune e Regione, per il monitoraggio e la gestione delle occupazioni. Fenomeni così complessi non possono infatti essere lasciati gestire alla magistratura e alle forze dell'ordine».