Cosic-Memushaj: noi nemici mai

25 Ottobre 2014

Dopo il caos di Serbia-Albania, i due biancazzurri si raccontano: che errore far giocare quella partita

PESCARA. Nemici mai. Ledian Memushaj è albanese, Uros Cosic serbo. Due biancazzurri alla corte di Baroni. Lo scorso 14 ottobre erano entrambi davanti alla tv e stavano guardando Serbia-Albania, valevole per la qualificazione agli Europei. Al minuto 41, però, la sfida ad alta tensione muta all’improvviso. Sullo stadio del Partizan Belgrado piomba un drone, un piccolo aeroplano pilotato a distanza, che trasporta una bandiera nera, con una macchia rossa al centro, due volti e una scritta: è la bandiera della Grande Albania. Mitrovic, centrocampista della Serbia, la strappa e si scatena il putiferio. I giocatori albanesi lo aggrediscono, ma a loro volta vengono travolti dai tifosi serbi che entrano in campo (armati di sedie e seggiolini). Ne viene fuori una rissa furibonda, il capitano albanese e giocatore della Lazio Cana stende un ultras serbo.

La bandiera raffigura il territorio albanese comprensivo di regioni che attualmente non fanno parte dello stato di Tirana. Si tratta della regione del Kosovo e di parti di territori del Montenegro, della Macedonia e della Grecia. Sulla bandiera compaiono i volti di Ismail Kemali e Isa Boletini, i due volti più rappresentativi dell'indipendenza albanese dall'Impero Ottomano, ottenuta nel 1912. Boletini, nello specifico, è stato il comandante della guerriglia della resistenza albanese nei confronti dell'Impero Ottomano, del Kosovo e della Serbia. Sulla bandiera c’è una scritta "autoctona". Il putiferio, che diventerà un vero caso diplomatico, è servito. Ieri l’Uefa ha decretato la vittoria della Serbia a tavolino per 3-0. Cosic e Memushj non si pronunciano sulla decisione, ma hanno lo stesso pensiero: «Quella partita non doveva essere giocata. Non bisognava mettere l’Albania e la Serbia nello stesso girone. E comunque sarebbe stato meglio giocare in campo neutro, senza pubblico». Il pensiero dei due calciatori del Pescara è unanime. «Tra me e Cosic non c’è nessun problema. Siamo amici e queste cose non ci riguardano», racconta Memushaj, che ride e scherza con il compagno di squadra. «Memu ha ragione», ribatte Cosic. «Era meglio non giocarla quella partita». I due oggi pomeriggio contro il Carpi saranno in campo dal primo minuto. «Sono cose brutte, che non c’entrano nulla con il calcio. Le tensioni politiche che possono riguardare l’indipendenza del Kosovo non devono toccare noi calciatori», racconta il centrocampista albanese che fa parte della Nazionale allenata da Gianni De Biasi. «Stavo guardando la partita in tv», spiega Cosic. «Appena ho visto la bandiera in campo ho capito che sarebbe successo il caos. E così è stato. Tra l’altro, è inammissibile che i tifosi siano entrati in campo per farsi giustizia. Ho parlato con Tosic e Djordjevic (quest’ultimo gioca nella Lazio) e anche loro sono dispiaciuti per quello che è accaduto».

«Spero che questo episodio non abbia ripercussioni», dice Memushaj. «Tra di noi, calcisticamente parlando, non c’è odio. Nella mia infanzia in patria la questione della Grande Albania non mi ha mai condizionato». Cosic qualche centrimetro più distante annuisce. «Sono d’accordo». Il problema, però, non si risolve giocando senza pubblico. «Ora come ora non ci sono altre soluzioni perché sono attriti che fanno parte della storia, magari con il tempo le cose miglioreranno. L’errore è alla base: non dovevano mettere Serbia e Albania nello stesso girone».

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