Danesi: sogno l’Eurolega e di lavorare in azzurro

Il preparatore atletico teramano ha vinto scudetti con Siena e Milano: un giorno tornerò in Abruzzo
E’ un uomo dalle mille risorse. Laureato in legge all’Università di Teramo, parla inglese e ceco, ha un rapporto strettissimo con Praga ed è un validissimo preparatore atletico. Giustino Danesi è nato a Teramo e, dopo la fortunata esperienza con Montegranaro, nel basket ha ottenuto risultati straordinari con Siena (tre scudetti, tre Coppa Italia e due Supercoppa) e con Milano, tricolore al primo tentativo.
E’ uno sportivo vero, ex ostacolista e, sotto le sue sapienti mani, è finito anche il tennista Gianluigi Quinzi, vincitore dello Slam Junior di Wimbledon nel 2013.
Come possiamo definire l’ultima annata di Milano?
«Un’annata che ha tradito le aspettative. Non può essere soddisfacente con zero titoli all’attivo. Mentre l’anno passato la squadra è cresciuta molto e qualche episodio è stato favorevole, quest’anno è stato tutto il contrario. Gara sette di semifinale, persa contro Sassari, poi è sempre impronosticabile anche se giocata in casa. Sassari, comunque, ha meritato».
Lo scudetto è andato alla squadra più forte?
«In tutte le partite importanti ci hanno battuto. Non ha avuto la giusta continuità, ma ha vinto quando contava».
La finale tra Sassari e Reggio Emilia l’ha stupita?
«E’ stata abbastanza sorprendente perché il pronostico era tutto per noi di Milano. Realtà emergenti come Venezia, Brindisi e le due finaliste, però, possono aiutare il mondo del basket a emergere».
Ha lavorato e vinto sia a Siena sia a Milano. Quali sono le analogie e le differenze principali?
«Si tratta di due contesti diversi. Lavorare a Milano, in un impianto da nove mila spettatori, porta stimoli altissimi. Senza dimenticare la proprietà che è alle spalle con Armani, un vero gentleman che ci ha messo tutto a disposizione per primeggiare. Milano è una grande realtà del basket da sempre. A Siena il progetto è stato costruito in tanti anni, io ho vissuto gli ultimi tre anche se sono stati meravigliosi».
Quali le soluzioni per far emergere il prodotto basket in Italia?
«Gli impianti, capienti e accoglienti sicuramente. Ma ci vuole un lavoro anche di marketing per avere più visibilità a livello mediatico. Il basket è uno sport bellissimo, ma il palcoscenico non è ancora adeguato».
Il suo rapporto con la Nazionale?
«Ho lavorato per diverso tempo in Federazione e, grazie a coach Sacripanti, sono stato responsabile dell’Under 20 per anni. Firmando un contratto di esclusiva prima con Siena e ora con Milano, complici i tanti impegni dei club, la porta della Nazionale si è chiusa. Ma resta un sogno e, in futuro, sarebbe bellissimo tornare a vestire la maglia azzurra come preparatore atletico».
Che tipo di metodologia di allenamento predilige? Partenza lanciata o graduale per le sue squadre?
«Il discorso è molto ampio. Nel basket è molto importante il lavoro individuale. E’ importante il carattere e la valutazione di ogni atleta. Contando le partite di club e le rispettive nazionali un giocatore arriva a disputare, in una stagione, almeno 70/80 partite di alto livello. In primis è fondamentale la prevenzione per scongiurare gli infortuni. Si costruisce la base adeguata in precampionato per poi effettuare dei richiami durante la stagione».
Il basket e l’Abruzzo.
«Seguo per quel che posso, ma sono felicissimo per Campli, società nella quale ho iniziato la mia carriera in B2 a soli 19 anni. Sono un tifoso farnese. A Chieti e Roseto ho tanti amici e spero che riescano, grazie al lavoro degli imprenditori, a rinverdire i fasti di un tempo. Della mia città, Teramo, posso dire che è stato un orgoglio tornare, seppur da avversario, a giocare in serie A e vedere il palasport pieno».
Tornerebbe in Abruzzo?
«Quando sarà il momento sicuramente. Ho un grande sogno che ho solo sfiorato. Vincere l’Eurolega. E lavorerò per questo».
Spieghiamo meglio il suo rapporto con la città di Praga. «E’ la mia città di adozione. Spesso e volentieri sono qui perché ho stretto tante amicizie nel corso degli anni. La mia più grande amica è Miloslava “Milena” Rezkova, atleta cecoslovacca che si laureò campionessa olimpica di salto in alto ai Giochi di Città del Messico nel 1968, è scomparsa l’anno passato, ma il mio rapporto con Praga resta molto forte».
Matteo Falzon
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