Delio Rossi e il Pescara «Obiettivo salvezza»

15 Marzo 2020

«Spero si giochi subito, le alternative non mi convincono»

PESCARA . Dallo stop ai campionati ai valori espressi finora dalla serie A e dalla B, passando ovviamente per il cammino faticoso del Pescara, il club che in passato ha allenato con alterne fortune (bene nel 1996-97, male nel 2000-01). In attesa di capire se e quando la giostra dello sport riprenderà a girare, Delio Rossi commenta lo scenario incerto che tiene in apprensione milioni di persone. «Che senso ha avuto giocare a porte chiuse? Bisognava fermarsi prima», dice il 60enne tecnico romagnolo sottolineando il quadro grottesco che ha preceduto la sospensione degli eventi sportivi da parte del Governo. «A pochi chilometri di distanza si sono disputate partite senza pubblico e altre con la presenza di spettatori, c’è stata di nuovo tanta ipocrisia. Per quale motivo? I soldi delle televisioni? Serviva buonsenso, non si dovevano giocare le partite senza tifosi. Gli spalti vuoti sono asettici, l’atmosfera è irreale. Per contenere i contagi dobbiamo sospendere anche gli allenamenti e sperare che il virus venga sconfitto in poco tempo. I calciatori non sono esenti dalla malattia, non sono super uomini».
Il 23 marzo la Figc si riunirà di nuovo per ragionare su cosa fare dal 4 aprile in poi.
«La speranza è di poter recuperare le giornate rinviate, le alternative non mi convincono. Ho sentito parlare di play off e play out, dell'assegnazione del titolo in base alla classifica attuale o della non assegnazione. Non scherziamo, le regole non si cambiano durante la stagione, bisogna aspettare e sperare che il problema si risolva».
La stagione del Pescara. Rossi conosce a fondo la piazza e sa che da questi parti c’è insoddisfazione.
«Mi dispiace per il Pescara, è un periodo negativo. So che i tifosi sono delusi, in questi casi bisognerebbe essere chiari, dire che questa è una fase di transizione e la dirigenza non può fare di più di quello che sta facendo. Vendere fumo non serve».
Nella sua lunga carriera ha guidato anche la Lazio, vincendo una coppa Italia, e dal 2005 al 2008 ha avuto alle sue dipendenze l’ex allenatore biancazzurro Luciano Zauri.
«Mi dispiace per Zauri, quando c’è una separazione le colpe non mai di uno solo, il presidente e i direttori sportivi hanno le loro responsabilità. Non posso dire se Luciano abbia fatto bene o meno a rassegnare le dimissioni, avrei dovuto vivere la situazione per dare un giudizio. Certo è che dimettersi a volte può essere interpretato come un atto di resa».
A questo punto i play off sembrano un’utopia.
«La vedo dura. Il Benevento è già in A, per l’altro posto è lotta tra Crotone, Frosinone, Salernitana e Spezia; poi, solita bagarre per gli spareggi promozione, ma il Pescara è un po’ in ritardo».
Pochi dubbi pure sulla lotta scudetto.
«La Juve è la favorita, ma occhio alla Lazio che è cresciuta grazie a un’ottima strategia societaria. Ogni anno tiene tutti i migliori e compra un paio di elementi funzionali. Simone Inzaghi è stato un mio giocatore, ha frequentato spogliatoi importanti e sa come si gestisce un gruppo, però la Juve è superiore. A proposito dei bianconeri, non condivido le critiche mosse a Sarri, prima del match contro l’Inter è stato massacrato, poi in tanti lo hanno elogiato. Chi si aspettava di vedere la Juve giocare come il suo Napoli era fuori strada, quella era un’altra squadra. Non è facile trovare la formula giusta per fare coesistere Ronaldo, Dybala e Higuain. Il compito di Sarri è vincere, quindi aspettiamo prima di emettere sentenze. Inoltre, a breve Chiellini sarà al top, con il suo rientro la Juve sarà meno vulnerabile, in Italia lui è il CR7 dei difensori».
Infine, parole al miele per l’Atalanta e un retroscena su Ilicic.
«È un vanto per il nostro calcio, una grande società con tifosi straordinari, ovviamente grande merito va a Gasperini. Ilicic? Nel 2010 allenavo il Palermo e lo prendemmo su segnalazione di mio figlio Dario che allora era uno scout del club rosanero e ci disse di avere visto un fenomeno nel Maribor. Il ds Sabatini si fidò e lo acquistammo».
Giovanni Tontodonati
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