Di Monte: il calcio è anche donna

8 Aprile 2021

La brillante ascesa di Francesca, assistente arbitrale (ex guardalinee): «Serve tanta tenacia»

In questa stagione ha collezionato 11 gettoni di presenza in serie B. Aspetta con ansia la designazione per il debutto in A. Nel frattempo, è un’assistente internazionale. Quindi, ai viaggi in Italia si aggiungono quelli all’estero. Sempre in movimento in un mondo tradizionalmente coniugato al maschile.
Di Monte, quando ha capito di poter arrivare così in alto?
«Dopo la nomina internazionale. A quel punto si sono aperti degli scenari per fare esperienze sempre più importanti, maturando così una concreta possibilità di correre per la promozione».
Come ha iniziato?
«Avevo 18 anni, mi è sempre piaciuto il calcio. In famiglia mio fratello giocava e mio padre allenava. Con la mia amica andavo a vedere le partite di Seconda categoria della squadra del mio paese ed è stata lei a propormi il corso da arbitro. Non ero sicura potesse piacermi. Poi, mi ha convinta. Abbiamo iniziato insieme. Fatto l’esame, lei debutta la domenica prima di me e poi decide di lasciare. Io, invece, vado avanti. Ero incuriosita».
C’è stato un momento in cui ha pensato di mollare?
«No, mai. Momenti di difficoltà sì, sia a livello arbitrale che personale, ma mai pensato di lasciare. Nel dicembre del 2018 ho anche cambiato lavoro pur di continuare con l’arbitraggio. Era diventato difficile conciliare il lavoro da dipendente con le designazioni. E così mi sono rimessa in gioco con un master e una nuova attività».
Come fa una donna a emergere in una disciplina sportiva da sempre coniugata al maschile?
«Non ho mai avuto percezione di qualsiasi forma di discriminazione. Servono la stessa tenacia e voglia di arrivare di un uomo. Non è un discorso di sesso. Certo, bisogna farsi valere. Ma vale tanto per una donna quanto per un uomo. Bisogna essere allenati, e precisi sul piano tecnico. Teoricamente, le uniche difficoltà possono essere atletiche, ma ad oggi la preparazione può portare tutti sullo stesso livello».
Qualcuno l’ha corteggiata in campo?
«Niente di che!».
Il momento più bello e quello più brutto della carriera?
«I più belli la nomina a internazionale nel 2016 e la promozione dell’estate scorsa, a cui sono seguiti l’esordio in B in Cremonese-Venezia e altre dieci partite in questa serie durante la stagione. Il ricordo più brutto invece è legato ad una gara nel teramano, tra le prime in Promozione, dove fui colpita da sputi da parte dei tifosi della squadra di casa».
Che cosa fa oltre all’assistente arbitrale?
«Lavoro, sono un Dpo (Data Protection Officer), una figura professionale a supporto e controllo delle aziende pubbliche e private per l’adeguamento della politica aziendale al Gdpr del 2016. La materia è quella della Privacy e del trattamento dei dati personali e sensibili».
Un assistente che cosa allena durante la settimana oltre a tenersi in forma fisicamente?
«La tecnica. E lo fa studiando e vedendo gare. Aiuta molto. Si studia quando si riceve la designazione: tattiche e schemi di gioco per preparare la partita e conoscere bene le squadre che poi arbitriamo. Per quanto riguarda la parte atletica, mi alleno tutti i giorni, un’ora al giorno di media, sotto anche il monitoraggio di preparatori internazionali dopo esser stata inserita in un progetto della Fifa».
Come vive l’errore?
«Mi fa stare male, perché penso di aver sbagliato per me e per altri. Un senso di responsabilità per tutte le componenti di quella gara e per chi mi ha dato fiducia».
Da arbitro assistente, quando e come mai?
«Era il 2007, ero a fare una gara di Seconda categoria. E l’allora presidente di sezione, Gustavo Cuomo, mi disse: “Se vuoi toglierti delle soddisfazioni fuori regione devi fare il passaggio ad assistente”. Mai consiglio fu più azzeccato e feci bene ad ascoltarlo».
Che cosa la manda in bestia?
«La mancanza di correttezza in campo e l’arroganza del calciatore quando dimentica che in gara siamo tutti a giocarci qualcosa».
Girando il mondo qual è il posto a cui è più affezionata?
«Il primo torneo per cui fui designata dopo la nomina di internazionale si giocò a Cipro, ed è quello il posto a cui sono rimasta più legata».
A chi deve un grazie?
«Alla famiglia, ai miei affetti più cari, a chi ha creduto in me sin dal Cra. Ma anche ai ragazzi della sezione Aia di Chieti. Se io penso a chi mi ha dato la forza in tutto questo tempo non posso che pensare a loro e al gruppo del polo nazionale di allenamento che ho iniziato a frequentare quando ero in serie D. E’ lì che ho conosciuto Elenito Di Liberatore e Francesco De Luca, da loro ho appreso tanto».
Con quali altre donne assistenti o arbitro si relaziona?
«A livello nazionale siamo un bel gruppo di ragazze che lavorano bene insieme. In questo momento condivido tanto, soprattutto esperienze all’estero, con l’arbitro Maria Marotta di Sapri. Mi relaziono spesso anche con colleghe di altre nazionalità conosciute in tornei all’estero, mentre in sezione e al polo ho le mie ragazze che cerco di crescere con cura».
Come si conciliano vita privata e trasferte arbitrali tra Italia e estero?
«Il supporto della famiglia, di un compagno come degli amici è fondamentale. Ho sempre pensato che la chiave fosse circondarsi di persone che comprendono ciò che fai e su questo sono stata fortunata. Poi è solo una questione di organizzazione del proprio tempo e della propria vita».
Lei è anche vicepresidente della sezione di Chieti.
«Le sezioni sono ambienti sani, educativi e ricreativi. Con la mia sezione vivo una realtà bellissima, giovane, che abbraccia associati teatini, dei paesi della provincia e anche tanti studenti universitari fuori sede. Oltre ad occuparci delle designazioni, svolgiamo numerose attività tecniche tra riunioni, raduni e incontri formativi con arbitri delle categorie nazionali più alte, organizziamo eventi ricreativi e sociali, collaboriamo con le scuole attraverso progetti».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA