«Dà voce a quelli che non ce l'hanno»

L’ex stella della Nba che ha giocato anche a Roseto: «La sua visione del mondo dovrebbe ottenere più elogi»
PESCARA. La presenza di Kareem Abdul-Jabbar in Abruzzo rimanda immediatamente i pensieri degli appassionati di pallacanestro ad un altro grande giocatore, che dopo una sfolgorante carriera in NBA, vestì la canotta del Roseto Sharks in serie A, Mohmoud Abdul Rauf. Al netto dell'inimitabile carriera di Abdul-Jabbar, che ancor oggi è il primo realizzatore assoluto del campionato americano con oltre 38.000 punti segnati, esistono anche alcuni aspetti che li accomunano. La loro meccanica di tiro per dire, è stata inimitabile: Abdul-Jabbar eseguiva l'immarcabile gancio cielo, praticamente mai più replicato, che era figlio di una regola creata apposta per lui, per impedirgli di schiacciare continuamente. Ma anche Abdul-Rauf non era da meno, visto che esibiva una tecnica di tiro talmente sopraffina che gli ha permesso alcune volte anche di sfondare il muro dei 50 punti segnati in un singolo match, un gesto tecnico che solo qualche mese fa è stato ricordato con un tweet famoso da un santone del basket come coach Phil Jackson, uno che ha vinto due titoli da giocatore e ben undici da allenatore, che in quel messaggino lo paragonava nientemeno che al fenomeno dell'Nba odierna, Steph Curry.
Ma certe similitudini non si esauriscono sul parquet. Entrambi ad esempio, hanno alle spalle una conversione religiosa, che li ha spinti a cambiar nome diventando musulmani: Abdul-Jabbar infatti, agli esordi si chiamava Lewis Alcindor, mentre Abdul-Rauf era noto come Chris Jackson. La loro conversione li ha portati ad essere dei punti di riferimento per le rispettive comunità, e a diventare personaggi con un grande seguito anche al di fuori del mondo della pallacanestro.
Rauf, lei è stato un grande giocatore professionista. Cos'ha significato arrivare dopo Abdul-Jabbar?
«È stato fondamentale sotto tanti punti di vista, forse Kareem non ha ancora ottenuto il giusto riconoscimento per i suoi grandi meriti. È vero che ha avuto un talento enorme per la pallacanestro, che ha saputo sfruttare in una lunga carriera per la quale ancora oggi detiene dei record, ma ritengo che la sua visione del mondo sia quella per cui dovrebbe ottenere più elogi».
Qual è stato l'impatto di Jabbar nella società americana?
«Anche prima di smettere di giocare, era un esempio a livello sociale, politico e religioso, sempre molto coinvolto nelle comunità intellettuali, secondo me più di quanto il mondo della pallacanestro si potesse aspettare. Lui è ancora oggi una voce per tutti quelli che una voce non ce l'hanno».
Vi accomuna anche la stessa conversione religiosa.
«Abbiamo in comune non solo la fede islamica, ma anche il desiderio di vedere la giustizia prevalere».
Anche dal punto di vista sociale avete qualcosa che vi avvicina?
«Sì, lui è Ambasciatore Culturale degli Stati Uniti, e anche io sto lavorando con diverse organizzazioni, entrambi occupandoci di temi importanti come l'istruzione, la tolleranza e le relazioni culturali tra i giovani, col desiderio di fare la differenza nel mondo in cui viviamo. Perché in fondo pensiamo tutti e due che un solo mondo non vuol dire una sola religione ma un solo desiderio di vivere in pace».
Marco Rapone
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