Tragedia a Crans-Montana, la testimonianza di Eliot Thelen: «Ho visto bruciare le persone. La mano di Dio mi ha salvato»

In esclusiva per il Centro, parla il 18enne calciatore del Pescara che a Capodanno si trovava nel bar della località svizzera: «Ero stato al locale anche prima»
CRANS-MONTANA. Due istanti, ma che fanno tutta la differenza del mondo. Il primo. «Una fiammata, improvvisa e potentissima, dal piano inferiore» che lo scaraventa a terra «senza neanche le scarpe». Quindi la fuga in massa, il terrore. «Mi camminavano sopra, ero sicuro che non ce l’avrei fatta, ero rassegnato». Il secondo: l’aiuto, decisivo, di una mano estranea per rialzarsi e arrivare all’unica uscita del locale, diventato improvvisamente una trappola mortale. Così Eliot Thelen è riuscito a scappare da Le Constellation, il lounge bar di Crans-Montana, tragico teatro dell’incendio di Capodanno che è costato la vita ad almeno 40 persone. Eliot è di origine lussemburghese, ha 18 anni ed è un giovanissimo calciatore della squadra primavera del Pescara. Alla fine, se l’è cavata con un’ustione alle dita della mano destra e, dopo qualche ora in ospedale, è stato dimesso.
Il suo sogno di diventare un giocatore professionista è intatto. È andata peggio ad alcuni dei quattro amici – tra cui il suo ex compagno di squadra al Metz (compagine del massimo campionato francese) Tahirys Dos Santos, gravemente ustionato – con cui aveva deciso di trascorrere l’ultimo giorno dell’anno in quel versante vallese delle Alpi che conosce bene. Nella località svizzera dell’extralusso, infatti, la sua famiglia possiede un appartamento. Lui la frequenta da anni. Eliot è ancora lì, tornerà a Pescara soltanto all’inizio della prossima settimana. Il suo racconto ricuce il filo dei ricordi in maniera lucida, la voce che ricompone quelle ore frenetiche è ferma. A volte, però, deve interrompersi. Respira. Gli serve a prendere la giusta distanza da immagini ancora troppo vivide.
Eliot, verso che ora siete arrivati al bar Le Constellation?
«Verso mezzanotte e mezza. Prima eravamo nel paese, dove organizzavano lo spettacolo per il nuovo anno».
Conosci bene il locale?
«Sì, sì. È uno degli unici due posti dove andare se uno si vuole divertire. C’erano tanti ragazzi della mia età».
Un’ora dopo il vostro arrivo è divampato l’incendio. Tu dove ti trovavi?
«Ero al piano di sopra, insieme a una mia amica. Eravamo in pochi, non più di 10-15 persone. Si chiacchierava e si ballava, era tutto molto tranquillo».
Dove erano tutti gli altri?
«Al piano inferiore. Erano lì anche i nostri amici».
Quante persone c’erano nel locale?
«Penso almeno 200, 250».
Ti sei accorto che lì sotto si stava propagando l’incendio?
«No... (si ferma), è stato tutto istantaneo. Ho visto una fiammata provenire dalle scale, ho provato ad abbassarmi ma non è stato sufficiente. L’ondata è stata talmente forte che mi ha scaraventato a terra. È stata addirittura in grado di togliermi le scarpe. Ho avuto paura».
Poi cosa è successo?
«Pensavo che la mia vita fosse finita. La gente in fuga mi camminava sopra, non riuscivo più a respirare. Ero rassegnato. Poi la mano di un estraneo mi ha sollevato e ha aiutato me e la mia amica a uscire fuori».
Hai scoperto chi è stato ad aiutarvi?
«No, ancora non lo so. Per me, però, è stato Dio. Per la paura che avevo in quel momento, per la situazione in cui mi trovavo... È stata la sua mano a sollevarmi da terra. È l’unico modo in cui riesco a spiegarmelo»
Che ricordi hai fuori dal bar?
«Per qualche secondo non ricordavo nulla. Ero sotto choc. Ci ho messo un po’ per tornare in me. E quando l’ho fatto, mi sono guardato attorno. E ho visto delle cose orribili».
Che cosa?
«(Sospira) Ho visto gente uscire dal locale che bruciava. Terribile. A quel punto ho pensato subito ai miei amici. Mi sono messo a cercarli lì fuori».
Sei riuscito a trovarli tutti?
«Sì. Uno di loro stava perdendo conoscenza. Sono stato accanto a lui, urlandogli il suo nome ogni dieci secondi. C’erano tante persone all’uscita, tutte per aiutare. A una di loro ho chiesto la giacca, perché il mio amico non l’aveva».
L’incendio è scoppiato a causa delle “candele” legate a delle bottiglie di champagne. Tu le hai viste?
«Non in quest’occasione, perché sono rimasto al piano di sopra, ed era sotto che c’era la “vera” festa. Ma tre giorni prima ero andato al locale e ho visto i camerieri con queste grandi bottiglie».
Puoi spiegare meglio quello che hai visto?
«C’erano due camerieri, uno seduto sulle spalle dell’altro, che portavano queste bottiglie di champagne a cui erano legate le candele. In quel momento, però, andava bene a tutti. Per nessuno era un problema».
Il locale è adatto a feste del genere?
«Direi di no. È un posto dove bere qualcosa, ascoltando musica. Non per fare festa in quel modo».
Passate quasi 48 ore, come ti senti?
«Fisicamente sto bene, ma sono preoccupato per i miei amici. Due si devono operare e io vorrei andare a trovarli in ospedale, stargli vicino. Ora prego per loro».
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