Giammarinaro: in rotta con Cairo, io non ci sarò

Tony scampato alla strage diserterà la cerimonia e farà celebrare una messa in suffragio a Pescara
PESCARA. «Il 4 maggio del 1949 ha cambiato la mia vita. La tragedia di Superga me la sono portata dentro durante tutti questi anni e continuerò a farlo finché sarò qui. Il Torino, il Grande Torino, è e rimane nel mio cuore, anche se con Cairo e i suoi uomini non ho nulla da condividere». Alla vigilia del 70° anniversario dall'incidente aereo che mise fine all'epopea di una delle squadre più amate di sempre, torna a parlare Antonio, detto "Tony", Giammarinaro, oggi 87 anni, all'epoca estroso 17enne da poco entrato nel giro di quel mitico gruppo. Lo fa come sempre senza peli sulla lingua, spiegando i motivi per cui ha deciso di non partecipare alla cerimonia torinese, preferendo una messa nella cattedrale del Sacro Cuore a Pescara, domani sera alle 19,30: «I miei rapporti con il Torino si sono rotti quando due anni fa sono andato lì per l'inaugurazione del Filadelfia. A Cairo interessa solo il business, il resto conta poco. Io, Motto e Vandone, unici tre superstiti di quella squadra, siamo stati messi in disparte, quando avremmo dovuto essere i primi ad entrare nel nuovo stadio. Noi che abbiamo calpestato quell'erba insieme ai nostri compagni che per il Torino sono morti. E invece...». Tanto che da quel momento Giammarinaro quasi preferisce seguire l'altra squadra della città torinese: «Dire che tifo Juve è troppo», afferma sorridendo «però, spesso mi sento con Boniperti. Abbiamo un ottimo rapporto. Ai miei tempi la rivalità finiva nei 90 minuti. Poi giocatori e tifosi uscivano insieme. La sera li trovavi al bar a ridere e scherzare. Impensabile oggi». Un rispetto che portò i bianconeri a partecipare alle lacrime per Superga: «Questo fa notizia solo oggi. Quella di 70anni fa fu una tragedia trasversale. Torino era una città attonita. Nei giorni successivi l'incidente la gente piangeva da sola per strada».
Che cosa ricorda di quel pomeriggio? «Ero ad allenarmi con la Primavera. Sarei partito anch'io per Lisbona se la sera prima non fosse arrivata la chiamata per partecipare ad un torneo giovanile a Roma. Noi rientrammo in città al mattino, la prima squadra doveva arrivare nel pomeriggio. Ad un certo punto si avvicina il magazziniere che ci dice che l'aereo era caduto a Superga».
E lei? «Inizialmente pensammo ad uno scherzo. Io e il mio compagno Franconi partimmo su una vespa per andare sul colle torinese. Strada facendo iniziammo a realizzare. C'era un fiume di gente. Più si saliva più aumentava l'odore di bruciato. Arrivammo al punto limite e davanti a me vidi l'aereo in fiamme. Quella fu l'immagine che mise fine al sogno».
Anche al suo? «Certo! Io con quei campioni avrei fatto faville. Valentino Mazzola mi voleva bene. Il giorno del provino mi fece portare delle scarpette perché ero arrivato al campo scalzo. Ricambiavo andandogli a comprare le sigarette, a lui e agli altri "grandi" della squadra. C'era rispetto, non come adesso».
Oggi le curve cantano contro gli avversari morti. «Una cosa vergognosa. Quando sento cori contro Superga o contro l'Heysel mi si accartoccia il cuore».
Come arrivò al Torino? «Ero un profugo proveniente da Tunisi: lì era scoccata la scintilla con il calcio. Un sultano mi aveva preso in simpatia e mi faceva giocare con la sua squadra. Avevo 12 anni, ma ero già il più forte di tutti. Con gli arabi scommettevo i soldi della merenda sfidandoli con i palleggi: riuscivo a farne più di 50 con la pallina da tennis. E vincevo. Ma erano periodi duri». Ci racconti: «Dopo l'arrivo a Novara andai a Torino. Si giocava in mezzo alla strada: lì un uomo mi vide e mi disse: 'Vieni, ti porto alla Juventus'. Ma io non volli, il mio sogno erano i granata».
Dopo Superga che cosa fece? «Rimasi a Torino fino al '53. Poi iniziai a girare: prima Modena, poi Mantova, dove vinsi un campionato di serie B. Nel '61 mi richiamò il Torino. Mi fermai altri quattro anni, ma ormai le cose erano cambiate. Gli stranieri avevano preso il sopravvento. Allora me ne andai a Bari, quindi qui a Pescara. Conobbi mia moglie allo stadio e da allora sono quarant'anni che stiamo insieme».
Con il Torino ha chiuso? «Fin quando c'è questa dirigenza assolutamente sì. Ho scritto due righe che leggerà l'amico e organizzatore Marollo. Il mio ricordo lo vivrò in solitudine al Sacro Cuore».
Adriano De Stephanis
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