Gol e scappatelle, gli 80 anni di Altafini

23 Luglio 2018

Dal Brasile all’Italia: Mondiali, scudetti e Coppa dei Campioni da calciatore, poi la seconda vita da commentatore tv

MILANO. Ora Josè Altafini ha 80 anni (li compirà domani), ma quando venne in Italia, dopo laboriose trattative, venne soprannominato “Mazzola”: in realtà somigliava fisicamente al granata Valentino, ma giocava in un ruolo differente. A battezzarlo “Mazzola” era stato Claudio Cardoso, allenatore del Palmeiras, squadra italo-brasiliana in cui aveva giocato. Josè Altafini è nato il 24 luglio del 1938. Arrivò in Italia quando le trattative del Milan per Tozzi (che andò alla Lazio) erano fallite: lui faceva parte del “pacchetto”.
L’arrivo al Milan. Due anni dopo, con una trattativa a colpi di telefono in cui fu coinvolto (secondo la leggenda) un suo zio che faceva, come la mamma, Marchesoni di cognome, il presidente milanista Andrea Rizzoli riuscì ad acquistarlo. “Mazzola” era diventato campione del mondo con il Brasile in Svezia, al fianco del giovane Pelè. Aveva fatto il suo esordio in verdeoro contro l’Austria, segnando subito una doppietta, ma in seguito, dopo un infortunio nella seconda partita contro l’Inghilterra, venne sostituito da Vavà, che formò un trio indimenticabile con Didì e Pelè e non uscì più. Il Quartetto Cetra scrisse una canzone rimasta famosa: «Vavà, Didì, Pelè…tre brasiliani neri neri come tre chicchi di caffè…”.
Su Altafini c’era pure la Roma, ma Rizzoli, sborsando 50 milioni in più riuscì, nel 1958, ad appropriarsene per 135. E fu una scelta azzeccata, perché Altafini-Mazzola segnò subito 28 gol in campionato e in totale ne collezionò 295, comprendendo quelli realizzati nel Napoli e nella Juventus.
In rossonero disputò 205 partite, segnando a pioggia, come accennato. Conquistò i tifosi con i gol segnati nei derby. Ma tutti erano nostalgici del “pompiere” Gunnar Nordahl, che aveva fatto caterve di reti e quindi era rimasto insuperato nel ricordo dei tifosi rossoneri. Questi ultimi tuttavia gli sono rimasti eternamente grati perché in Europa segnò 12 reti e a Wembley nel 1963 fece una doppietta che permise al Milan di conquistare la prima Coppa dei Campioni della sua storia.
La bella vita. Ma viene ricordato più per il suo carattere di mattacchione, che per le sue imprese calcistiche. Gipo Viani, burbero dt del Milan, non lo sopportava per la sua condotta, lo faceva seguire al night club e in un campionato in cui non lo vedeva coraggioso sotto porta, ma timoroso degli avversari gli affibbiò il soprannome di “coniglio”. Nell’anno del sorpasso interista al Milan, pagò le colpe della sconfitta. In un memoriale che Viani indirizzò poi al presidente Felice Riva quando si dimise, scrisse: «Attribuirmi una certa incomprensione con Mora è vero, come altre incomprensioni esistevano con lo stesso Altafini; questo perché consideravo e considero i due giocatori fra i migliori, in senso assoluto, di quanti io ne abbia mai visti». Evidentemente le divergenze con Mora e Altafini erano di altro tipo. Una volta Nereo Rocco raccontò che Josè spesso non si presentava all’allenamento del martedì, adducendo scuse varie, piccoli infortuni, e andava dal medico. «Lo feci seguire da “Fulmine Conti” che era un impiegato fidato del Milan», disse, «e scoprii che non andava a curarsi dai dottori...».
Poi si seppe che Josè era innamorato della moglie di Paolo Barison, un attaccante rossonero, che poi sposò in seguito. Nonostante le sue mattane, Josè di gol ne ha fatti tanti, in tutte le squadre in cui ha giocato. Dopo il Milan, infatti, passò nel Napoli dove divenne un idolo, e nella Juventus, segnando reti decisive subentrando durante la gara e vincendo altri scudetti. In totale ne conquistò quattro (due col Milan e altrettanti con la Juve).
Tra Napoli e Juve. Una volta raccontò che, dopo una stagione deludente col Napoli, nel ritiro dell’anno successivo, Gioacchino Lauro, figlio del comandante Achille Lauro, presidente del club, venne a trattare gli ingaggi. «Ci disse che avevamo fatto schifo, che avevamo giocato male e non meritavamo nessun aumento. Noi tutti zitti. Nessuno aveva il coraggio di chiedere qualcosa in più, dopo la figuraccia dell’anno prima. Io chiesi scusa, dissi che avrei cercato di impegnarmi al massimo. Lui mi fece una lunga reprimenda, dicendo di aspettarsi molti più gol. E dopo un lungo discorso che non preludeva a nulla di buono», raccontò Josè, «senza guardare il mio vecchio contratto, mi diede una cifra che era quasi il doppio dell’anno precedente, intimandomi: “vattene, non dire una parola, non ti meriti di più...”». Nella Juve arrivò a 34 anni e fece lo staffettista: 75 partite, 25 gol, due scudetti.
L’estroso attaccante passò alla storia come “oriundo” e giocò, dopo aver esordito e vinto il titolo mondiale con Brasile, anche in azzurro. Come Sivori, Angelillo e altri discendenti di italiani in Sudamerica, indossò la maglia della Nazionale e accumulò sei presenze, con cinque gol. Ma gli fu fatale la trasferta in Cile, per i Mondiali del 1962. L’Italia venne eliminata e gli “oriundi” vennero banditi dalla Nazionale.
Dopo i successi con la Juve, giocò in Svizzera col Chiasso e il Mendrisiostar. La sua straripante simpatia gli ha riservato un dopocarriera calcistico ricco. Non ne hanno saputo fare a meno le prime televisioni commerciali: telecronista, battutista, con il suo accento brasiliano; commentatore, per la sua competenza.
Ora Josè Altafini presta la voce alla pubblicità e le sue imitazioni che spesso fanno di lui ce lo ricordano sempre allegro, debordante di fantasia. Spesso il suo stile mal si concilia con quello dei seriosi commentatori tecnici del calcio d’oggi. Quelli che censurano chi calcia col corpo all’indietro e danno lezioni ai tiratori di rigori, avendone sbagliato qualcuno decisivo ai Mondiali...
Franco Zuccalà