Grossi: io, il calcio e quella scommessa con mio padre

Il centrocampista frentano: «Ho rischiato di smettere per un problema al polmone Il mio papà mi disse: “trovati un lavoro serio”, non mi sono arreso e ho vinto io»
LANCIANO. Ha lottato per poter giocare a calcio. Ma con forza, tenacia e passione è riuscito, partendo dal gradino più basso, ad arrivare anche in serie A e ad affermarsi poi in un torneo lungo, difficile ed estenuante come il campionato di B. 25 presenze 3 gol quest’anno, l’ultimo dei quali messo a segno contro l’Entella che è valso quasi la salvezza.
È Paolo Grossi, centrocampista rossonero arrivato in prestito dal Verona. Un inizio di stagione in sordina quello del giocatore milanese per poi, una volta raggiunta la condizione fisica ottimale, diventare uno dei perni del centrocampo rossonero.
Grossi, torniamo indietro alla vittoria contro la Virtus Entella. Il suo gol è valso oltre ai tre punti, anche la salvezza?
«È stato importante ed è valso abbastanza credo, ma non la salvezza matematica. Che, come lo scorso anno, sarà a quota 50 punti».
Vista la sua esperienza, quali squadre ritiene possano salire direttamente in A e quali lottare per la promozione? E il Lanciano dove lo colloca?
«Per il campionato fatto finora il Carpi merita la A. Al secondo posto dico Bologna perché è la squadra per me più attrezzata. La lotta per i play off invece è apertissima. Ci sono tante squadre in lizza. E solo alla fine si tireranno le somme. La Virtus ora deve pensare alla salvezza e poi, affrontando ogni partita come una battaglia, potrà dire la sua».
A che età e come si è avvicinato al calcio?
«Come tutti i bambini da piccolo giocavo con i miei compagni al campetto del quartiere. Poi il padre di uno dei miei amici, che faceva l’allenatore, mi notò e iniziai ad allenarmi. Frequentavo la seconda elementare».
In che ruolo ha iniziato a giocare?
«Nelle giovanili dell’Atalanta, dove sono stato da bambino, giocavo in attacco. E ci sono rimasto anche quando sono tornato a Milano. Siccome frequentavo la scuola media i miei genitori hanno preferito non lasciarmi a Bergamo ma farmi tornare vicino casa, così sono approdato alle giovanili del Milan».
Il suo esordio in serie D, nella Caratese. Poi nel 2006 è arrivato il Varese in Lega Pro, che ricordi ha di quegli anni?
«Sono ricordi piuttosto dolorosi. Prima di andare a giocare in serie D, nelle giovanili del Milan ho avuto un grave problema al polmone e sono rimasto fermo per molto tempo. Credevo di dover smettere di giocare. Avendo perso molto tempo mi sono ritrovato a ripartire dal basso, dalla serie D, mentre magari altri miei compagni del Milan che non si erano fermati sono partiti da categorie superiori. Ho sudato e faticato per recuperare il terreno perduto».
Ha faticato tanto e dopo due campionati in B con l’Albinoleffe nel 2011 è arrivato in serie A col Siena.
«È stata una soddisfazione doppia, incredibile, conquistare la A partendo dal gradino più basso. E magari c’è anche rammarico perché magari senza problemi ci sarei arrivato prima. Ma c’è tempo per riprovarci».
Poi ancora Verona, una parentesi nella Pro Vercelli e poi al Brescia l’hanno scorso dove ha disputato 32 gare e realizzato 4 gol.
«A Verona sono stato benissimo, una città bellissima con tifosi molto calorosi. Di Vercelli ho brutti ricordi per problemi fisici e ho giocato pochissimo. Brescia? La rinascita».
A quale allenatore è più legato?
«Il primo nome che mi viene in mente, e dal cuore, è Sannino che ho avuto a Varese e ritrovato a Siena. Mi ha lanciato e con lui ho un bel rapporto. Comunque poi ogni allenatore mi ha lasciato qualcosa».
Conosceva Lanciano e la Virtus?
«Non benissimo. Il primo approccio con la squadra l’ho avuto in estate col ds Leone. Poi ho parlato con D’Aversa e nel frattempo mi ero informato. È stata una scelta positiva».
Come passa il suo tempo libero lontano dal calcio?
«Con gli amici e quando c’è, con la mia ragazza. C’è anche mio fratello maggiore che vive a Francavilla e quando posso sto con lui e mio nipote».
Pensa mai a come sarebbe stata la sua vita se non fosse diventato calciatore?
«No. Ho voluto giocare ad ogni costo. Anche quando sono stato male ed ero vicino a lasciare il calcio non ho pensato alla mia vita senza pallone. Addirittura quando ero in D ho avuto anche un piccolo diverbio con mio padre proprio per il calcio. Mi disse di trovarmi un lavoro “serio”. Facemmo una scommessa. Gli chiesi un anno di tempo. Se fossi arrivato tra i professionisti avrei continuato altrimenti no. Arrivò il Varese…».
Per quale squadra tifa e chi è il suo idolo?
«Tifavo Juventus, un’eredità di famiglia. Da piccolo mi piaceva molto Ronaldo».
Dove si vede tra 20 anni? «Spero di avere una famiglia e di vivere stabilmente in una città. Non a Milano, ma sul lago di Garda».
Qual è il sogno nel cassetto?
«Avere un’altra possibilità di giocare in A».
Teresa Di Rocco
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