Calcio

Il Chieti calcio non paga 500 euro e fa saltare l’accordo con la Figc

18 Aprile 2026

Il club aveva patteggiato un’ammenda per chiudere la vicenda della nomina in dirigenza del tifoso con il Daspo. Ma il bonifico in 30 giorni non è partito

CHIETI. Disegnare cittadelle milionarie, indicare la via per la serie C e poi ritrovarsi, mesi dopo, a non poter onorare un bonifico da 500 euro. Il naufragio del Chieti calcio ha smesso da tempo di essere una semplice crisi sportiva per assumere i contorni di un inesorabile scontro con la realtà. Per la società neroverde, un club accerchiato dai creditori e sempre più vicino alla retrocessione nel campionato di Eccellenza, anche la più banale delle scadenze federali si trasforma in un ostacolo insormontabile. La Federazione italiana giuoco calcio (Figc) chiedeva poche centinaia di euro per chiudere un procedimento disciplinare. Non sono arrivate.

La genesi di questa sanzione racconta molto della gestione targata Altair D’Arcangelo, patron del club, e Gianni Di Labio, attuale presidente. La dirigenza aveva deciso di tesserare, proprio con la qualifica di dirigente, un tifoso che era sottoposto a Daspo. L’interessato aveva ricevuto il divieto di accesso alle manifestazioni sportive in seguito al ferimento di un avversario, colpito con una bottigliata. Un episodio per il quale l’ultrà, promosso nei quadri societari, è stato successivamente prosciolto. La giustizia sportiva, però, ha regole proprie. Il 13 gennaio scorso la Figc aveva emesso il suo provvedimento, accordando un patteggiamento tutto sommato morbido: tre mesi di inibizione per Di Labio e appena 500 euro di ammenda per la società sportiva.

Trenta giorni di tempo per saldare il conto. Un mese intero per racimolare una cifra minuscola rispetto ai bilanci del calcio di oggi, eppure le casse societarie non hanno prodotto un centesimo. Così, ieri mattina, dagli uffici della federazione è partito l’atto ufficiale che certifica «la decadenza del patteggiamento», con l’immediata trasmissione del fascicolo alla procura federale per «il seguito di competenza». Significa che il club teatino andrà incontro a un nuovo deferimento, perdendo i benefici dell’accordo e incassando una multa che, a questo punto, sarà inevitabilmente superiore ai 500 euro originari.

In un quadro normale, l’episodio verrebbe derubricato a svista contabile. Ma all’ombra dell’Angelini l’insolvenza verso la Figc è solo l’ultimo tassello di un mosaico fatto di pignoramenti e conti in rosso. L’intera stagione è coincisa con un lento e progressivo smantellamento. La società ha perso la gestione del campo di Sant’Anna, concessione malamente revocata dopo che la dirigenza non ha versato la quota di sua competenza per i lavori di ristrutturazione dell’impianto. I giocatori sono rimasti a piedi quando l’autobus della società è stato pignorato per coprire un debito di poco superiore ai 38.000 euro. Allo stadio Angelini è stato chiuso il gas per le bollette non pagate, mentre al botteghino un creditore si presentava regolarmente per pignorare i pochi incassi delle partite interne. Una situazione limite che ha spinto i calciatori, con le tasche completamente vuote, a doversi organizzare in totale autonomia con una raccolta fondi per provare ad arrivare alla fine del campionato.

Di fronte a una china così ripida, chi aveva disegnato orizzonti di gloria ha preferito la via della sottrazione. Il patron D’Arcangelo evita ormai da tempo di farsi vedere allo stadio. Il presidente Di Labio, che fino a qualche mese fa frequentava assiduamente le telecamere per spiegare i propri progetti, ha optato per una difesa passiva ma invalicabile: barricato negli uffici dell’Angelini nell’ultima gara casalinga, chiuso dentro per evitare di dover concedere un’intervista all’inviato della trasmissione televisiva Report. Una ritirata strategica lontana dalle domande, lontana dai creditori e lontana da un bonifico da 500 euro che non è mai partito.

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