Il ds D’Amico: carattere e personalità, ecco la mia A

Il 38enne dirigente pescarese del Verona racconta il trionfo nei play off e una stagione sofferta
PESCARA. È tornato qualche giorno a casa a Pescara per rilassarsi e godersi in santa pace quello che è il primo trionfo da dirigente: la promozione in serie A. Ma Tony D’Amico è già tornato a Milano, in sella per il calciomercato. C’è l’allenatore da scegliere per l’Hellas. A 38 anni è già un dirigente di serie A. Una stagione ad alta tensione la sua con il peso della responsabilità di riportare l’Hellas in serie A. C’è riuscito all’ultima curva, attraverso i play off dopo tanta sofferenza, vuoi per le tensioni di una piazza abituata alla serie A vuoi perché sul cammino si è trovato anche il suo Pescara, la squadra della sua città per la quale andava in curva Nord da piccolo.
D’Amico, resta a Verona?
«Sì, penso di sì. Se il presidente non ci ripensa…».
La dedica?
«Per Federica, mia moglie, Linda e Tommaso, i miei figli, e mio fratello e i miei genitori che mi hanno sostenuto in questi mesi che non sono stati facili».
Dove avete vinto i play off?
«A Cittadella, al termine della finale di andata, quando abbiamo perso “solo” 2-0. Sapevamo che avremmo fatto l’impresa al Bentegodi. Abbiamo un grande spirito di squadra».
Che insegnamento ha tratto da questo campionato?
«Che i successi si costruiscono giorno per giorno con il lavoro. In serie B a volte i valori assoluti non escono fuori. Servono carattere e personalità fino alla fine. E l’Hellas ha meritato di tornare in A».
Per lei una tappa fondamentale nel processo di crescita?
«Importante, certo, perché è stato il primo anno in prima linea. Una piccola base ce l’avevo, ma ci si forma mettendoci la faccia ogni giorno».
Quello sfogo di febbraio contro i giornalisti di Verona?
«Nel merito probabilmente avevo ragione o quantomeno certi pensieri potevano essere giustificati, ma ho sbagliato la forma e non ho difficoltà ad ammetterlo. Sono andato oltre. Certi concetti si potevano esprimere diversamente senza alzare la tensione o urtare la suscettibilità degli altri».
La promozione è anche di Fabio Grosso, esonerato il primo maggio dopo la sconfitta contro il Livorno?
«Sì, c’è anche il suo lavoro svolto in otto mesi. Sono convinto che Fabio farà l’allenatore a grandi livelli».
Che cosa ha sbagliato il Verona due anni fa nella stagione della retrocessione?
«Non posso giudicare quello che è stato sbagliato, sottolinerei quanto è difficile la serie A per chi non ha un grande budget a disposizione. A mio avviso, c’è bisogno di fisicità in mezzo al campo, al di là di quelle che possono essere le qualità tecniche dei singoli e il valore aggiunto che può dare l’allenatore attraverso il gioco. Lo sforzo è enorme, c’è bisogno di resistenza fisica. Centimetri e muscoli. E comunque per tornare alla domanda, quando si vince e quando si perde i meriti e i demeriti si dividono sempre».
Come nasce l’Hellas Verona che ha vinto i play off?
«Volevamo cambiare e quando si cambia tanto ci vuole tempo, è fisiologico. Poi, chiaramente, gli episodi ti devono girare e favore per agevolare il processo di crescita. Non abbiamo avuto fortuna con gli episodi che ci hanno creato dei problemi».
A Pescara si parla ancora del cambio di Campagnaro per Sottil nella sfida di ritorno della semifinale play off.
«Non giudico il lavoro degli altri. Io so che Aglietti è stato bravo a cambiare facendo entrare Pazzini».
L’uomo in più?
«Il gruppo».
Che allenatore sceglierà?
«Uno adatto alle caratteristiche e alla storia dell’Hellas».
Un pescarese a Verona, come si trova?
«Bene, è il terzo anno. Una città bella e di cultura con una tifoseria passionale».
Quando ha capito che avrebbe fatto il direttore sportivo?
«Non c’è stato un momento perché ho sempre lavorato e pensato al presente. A testa bassa. Se hai fortuna e voglia le opportunità arrivano. Io, poi, ho trovato un presidente come Setti che ha avuto il coraggio di affidare la squadra a un 38enne che non aveva mai fatto la serie B. Per questo lo ringrazio e gliene sarò grato».
Il miglior calcio della serie B? «Escluso l’Hellas, dico il Perugia».
Il campionato del Pescara?
«È sempre stata una squadra senza favori del pronostico. Tutti dicevano: prima o poi molla. E, invece, è arrivata fino in fondo. Vanno fatti i complimenti».
Lei a Verona e D’Angelo a Pisa: i pescaresi si fanno onore lontano da casa.
«Capita. Io da calciatore non ero abbastanza bravo per giocare nel Pescara. Poi, da dirigente ho preso altre strade. E comunque giro da tanti anni».
Ora la serie A.
«Un orizzonte eccitante».

