Inchiesta arbitri. De Luca va dritto al punto: “Serve la riforma dell’Aia”

L’ex arbitro pescarese di serie A: «Credo nella buona fede di Rocchi e Gervasoni. Però il protocollo deve essere più chiaro. Paterna? Una leggerezza, ha sbagliato»
PESCARA. «È un qualcosa che mi scuote dentro e mi rattrista molto». Un commento accorato e per nulla distaccato quello del 53enne Francesco De Luca, l’ex assistente pescarese di serie A in merito alla vicenda che sta scuotendo il mondo dei fischietti italiani sul caso del designatore Rocchi.
De Luca, si aspettava un caso del genere?
«Dieci anni fa decisi di uscire dal mondo arbitrale perché non condividevo alcune cose che stavano accadendo, non era più trasparente come quando entrai vent’anni prima».
A cosa fa riferimento?
«Se un’associazione vuole far crescere il movimento dal basso deve avvalersi di persone competenti come chi ha avuto esperienze nella massima serie, invece personalità come Di Marco o Bergonzi non vennero incluse in un progetto di rilancio. Io avevo alle spalle 300 partite in serie A, eppure nessuno mi ha proposto nulla, sebbene fossi stato il primo a non propormi».
Rocchi e Gervasoni sono sotto l’occhio del ciclone.
«Arbitrai la mia ultima partita Sassuolo-Inter il 14 maggio 2016, tra pochi giorni ricorre il decennale. In quell’occasione smisi proprio insieme a Gervasoni. Conosco benissimo entrambi e credo fermamente fino a prova contraria che non si sia trattato di decisioni per favorire qualche squadra come si sta dicendo in questi giorni. Sono convinto della loro buona fede. Ma sono altrettanto certo che tutto quello che uscirà sarà strumentalizzato a piacimento tra i tifosi e i giornali. Ognuno dirà la sua: addirittura alcuni avvocati chiedono di sospendere il campionato. Però devo essere obiettivo: se mi chiede se il percorso di Rocchi come designatore è stato positivo quest’anno le dico di no».
Perché?
«Quando ebbi come capo Collina per tre anni, ci si riuniva a Coverciano e tu uscivi da quell’incontro con le idee chiare sugli episodi discussi e sul metro da utilizzare nelle partite successive. Quest’anno, invece, decine di episodi che dovevano essere bianco o nero seguendo il protocollo hanno dato vita ad una zona di grigio, le direttive non sono state sempre uniformi e gli arbitri non hanno più certezze. La stessa Var che dovrebbe essere uno strumento di supporto ha generato confusione. Va migliorato il protocollo perché, ad esempio, se dalla sala gli assistenti notano che ci sia un errore sulla decisione del campo su una doppia ammonizione o su un calcio d’angolo da cui poi scaturisce un gol non possono intervenire, eppure loro hanno più strumenti per poter rivedere l’azione».
Eppure questo strumento che avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo non fornisce ancora decisioni oggettive.
«Molte volte sento dire “come si fa a sbagliare una decisione con i monitor davanti?”. Io risponderei con un’altra osservazione: se l’arbitro non può sbagliare, perché in diverse trasmissioni televisive, davanti alle stesse immagini, gli ospiti in studio non sono tutti d’accordo su una decisione? Capitano episodi in cui subentra la decisione dell’uomo che ragiona con la propria testa».
Da quanto emerso sembrerebbe che lo stesso Rocchi sia intervenuto in una decisione dalla sala Var in occasione di Parma-Udinese, episodio in cui è coinvolto anche il teramano Daniele Paterna.
«Paterna? Una leggerezza. Ha sicuramente sbagliato perché ha testimoniato il falso e, dunque, deve assumersi le proprie responsabilità. Dovrebbe sapere che ci sono delle telecamere nella sala Var. Poi va detta un’altra cosa: è ancora tutto da dimostrare, però se è vero che dietro il vetro ci fosse proprio Rocchi, è difficile non ascoltare il tuo capo. La cosa interessante è che, sebbene secondo procedura tale intervento non sia ammesso, la decisione presa poi si è rivelata corretta».
Dunque, sarebbe auspicabile una riforma del protocollo?
«Assolutamente si. Ci vorrebbe una cultura del regolamento, ma occorre che qualcuno te lo spieghi con chiarezza dopo averlo studiato attentamente. Altrimenti accadono episodi controversi su situazioni di gioco simili, come il problema dell’aumento del volume del corpo di un giocatore con conseguente tocco di mano in area. E poi servirebbe rendere autonoma l’Aia, visto che non può prendere fondi dalla Federazione a sua volta finanziata dai club. L’Aia non può essere pagata da chi poi deve giudicare in campo. E serve uno scambio di vedute, casomai mandando qualche arbitro all’estero e facendo venire qui in Italia dei fischietti internazionali».
In Premier, ad esempio, in molti chiedono l’eliminazione della Var non riscontrandone un beneficio evidente.
«L’Inghilterra ha la cultura dell’errore, noi invece quella del sospetto. Se un arbitro sbaglia, non si pensa che si sia trattato solo di un errore, ma vogliamo vederci un tentativo per ledere una parte a vantaggio di un’altra. Serve anche favorire una conoscenza del regolamento. In diverse professioni è necessario conoscere i rispettivi codici, credo che nel calcio servano figure capaci di fungere da tramite tra i club e l’Aia stessa».

