Mattia Proietti, attaccante classe 1992

Proietti: «Pescara, voglio la serie A e un futuro senza calcio» 

L’ex Bassano: «Dopo tanta gavetta ho la mia grande chance ma questo mondo non mi appartiene. È tutto un vendersi»

PESCARA. Quando smetterà di giocare cambierà vita uscendo dal mondo del calcio («Non mi piace, è tutto un vendersi»), ma ora vuole sfruttare fino in fondo la chance che gli ha dato il Pescara. Mattia Proietti si racconta in esclusiva al Centro parlando della lunga gavetta che dopo 12 anni di settore giovanile nella Juventus lo ha portato prima in serie D (Saint-Christophe), poi in Lega Pro a Bassano per sei stagioni e, infine, in riva all’Adriatico per il debutto in serie B.

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Proietti, un commento sull’avvio di campionato?
«Diciamo che i due risultati non rispecchiano quello che si è visto in campo. Il 5-1 al Foggia è stato troppo severo per i nostri avversari che paradossalmente hanno limitato il nostro gioco, invece il Perugia ha sfruttato i nostri errori rifilandoci quattro reti. Al Curi abbiamo dato tutto, ma siamo stati disordinati attaccando con troppa foga. Siamo una squadra nuova, c’è bisogno di tempo per perfezionare i meccanismi, però siamo abbastanza soddisfatti».
Cosa le chiede Zeman?
«Di tenere alto il baricentro della squadra, dare equilibrio e chiamare il pressing. Pochi concetti, ma estremamente chiari. Sono contento dell’impatto, anche perché è la mia prima stagione in B e con la serie C c’è una grande differenza di valori».
È vero che è dimagrito rispetto a qualche mese fa?
«Sì, da quando sono arrivato ho perso quasi 4 chilogrammi. Qualche mese fa mi sono affidato a un nutrizionista perché tendo un po’ ad ingrassare. Il resto lo ha fatto la preparazione con Zeman (ride, ndr)».
Lei somiglia a Gaston Brugman nel modo di giocare. Come si trova con lui?
«Siamo due registi, però nel gioco di Zeman possiamo coesistere tranquillamente. Mi trovo benissimo con Gas».
Si dice che la Juventus sia una palestra di vita. A lei cosa ha insegnato?
«Più che un calciatore sono diventato un uomo nell’esperienza con le giovanili della Juventus. Ordine, educazione e rispetto sono capisaldi del club che devono essere sempre rispettati».
Ha ragione Cassano quando dice che alla Juve sono tutti soldatini?
«Da un lato è vero, però succede all’inizio, poi quando si cresce vengono concessi i giusti spazi. Ma dagli 8 ai 12-13 anni uno degli obiettivi della società è formare il carattere dei ragazzi. E direi che questo è un aspetto positivo. A differenza delle altre squadre, noi eravamo tutti vestiti alla stessa maniera e a tavola bisognava restare in piedi fino a quando non arrivava il permesso di sederci. Dovevamo essere tutti presenti, poi l’allenatore ci dava l’ok e lo stesso accadeva a fine pasto. Ancora oggi, quando mi alzo da tavola metto sempre la sedia a posto. Il senso dell’ordine mi è rimasto».
Un anno in D in Valle d’Aosta, poi sei a Bassano dove ha avuto come tecnico il pescarese Luca D’Angelo.
«Devo ringraziarlo perché mi ha fatto fare il salto di qualità. Con lui sono cresciuto molto. D’Angelo mi ha dato fiducia e responsabilizzato».
Nei giorni scorsi su Instagram lei ha pubblicato un foto di un bambino con la maglia del Pescara.
«Sì, è mio nipote e si chiama Mattia come me, lo adoro. Sono il suo padrino, è stato battezzato lo scorso giugno quando aveva tredici mesi. I genitori hanno atteso la fine del campionato per la cerimonia, altrimenti non potevo esserci. Mattia è il figlio di mia sorella Alex. Poi ci sono mia madre Stefania e mio padre Moreno che mi seguono sempre».
È vero che suo padre conosce bene il mondo dei giornali?
«Non è un giornalista, però ha lavorato per tanti anni a La Stampa come capo della manutenzione della rotativa. Ci sono stato, che bello vedere montagne di giornali stampati».
E ora li compra per leggere gli articoli sul figlio. Chi le ha trasmesso la passione per il calcio?
«Non so, mio padre non era un appassionato, mentre io sin da piccolo prendevo a calci qualsiasi cosa. È una passione innata».
Se non fosse diventato un giocatore, cosa avrebbe fatto nella vita?
«Non so rispondere perché il mio unico obiettivo era quello di giocare a pallone. Ho avuto la fortuna di iniziare nella Juve e di restarci per dodici anni. Poi ho capito che potevo farcela».
Ha pensato a cosa fare a fine carriera?
«Al momento non ho alcuna intenzione di restare in questo mondo. Da calciatore è affascinante, anche se ci sono i pro e i contro. Ma in generale non mi piace, non lo trovo sano, è tutto un vendersi. Il business prima di tutto e con il passare degli anni è peggiorato».
Forse il calcio è lo specchio della società?
«Certo, guardate cosa accade in Italia. Tutti si lamentano della situazione sociale e politica, ma nessuno muove un dito per cambiarla e non si scende in piazza per protestare. Al contrario, provate a sospendere i campionati di calcio per un anno: succederebbe un finimondo. Penso, ad esempio, al successo del programma Temptation Island, con tutto il rispetto... i giovani ormai seguiranno quella cultura fino a quando non si cambierà qualcosa. Sono preoccupato perché anch’io sono trascinato in questa tendenza, se non ho nulla da fare magari la guardo anch’io quella trasmissione».
Parliamo di viaggi. Quale posto le piacerebbe visitare?
«Lampedusa, ci sono stati alcuni miei amici e mi hanno detto che è splendida» .
Papa Francesco, Alex Del Piero o Rocco Siffredi: chi porterebbe con sè?
«Con tutto il rispetto escluderei il Papa. Diciamo che durante il giorno starei con Del Piero e di sera andrei un paio d’ore con Siffredi».
Ha un rapporto difficile con la religione?
«No, però ho avuto uno shock all’età di 14 anni che mi ha spinto verso il distacco. A dicembre del 2006 a Vinovo morirono annegati Riccardo Neri e Alessio Ferramosca (due ragazzi della Berretti della Juve caduti in un laghetto all'interno del centro sportivo, ndr) e quest’ultimo era il fidanzatino di mia sorella. Ai funerali il prete disse: “La morte di Alessio e Riccardo ci prepara per il Natale”. Andai da mia madre e chiesi spiegazioni. Le dissi: “Ma come possono succedere tragedie simili quando c’è un essere superiore che potrebbe evitarle?”. Da allora mi sono allontanato dalla religione».
Lei ha molti tatuaggi. Cosa simboleggiano?
«Mi piacciono tanto. Alcuni sono dei semplici disegni, altri hanno significati più profondi, ad esempio, uno per mia nonna e un altro per il mio amico fraterno Iocolano (ora al Bari, ndr).
I tifosi pescaresi sognano il ritorno in A.
«L’obiettivo è quello, speriamo di accontentarli».
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