Riforma dello sport, tutti contro tutti

6 Agosto 2020

Il testo del ministro Spadafora rivisto e bloccato. Il presidente del Coni Malagò: «Rischiamo di essere sanzionati dal Cio»

PESCARA. Un gran pasticcio, a livello politico e sportivo. Una confusione mai vista con una commistione di interessi personali e di piccole vendette. E così quella che doveva essere la riforma dello sport, la terza in pochi anni, si è trasformata in un regolamento di conti. Lo sport italiano avrebbe bisogno di nuove norme, al passo con i tempi, ma in questo caso è stato solo un pretesto per dare l’assalto alla diligenza. Ovvero togliere potere e poltrona a Giovanni Malagò, presidente del Coni e considerato, a torto o a ragione, l’uomo forte vicino all’establishment. Osteggiato da M5S - ricordate il braccio di ferro con la sindaca Raggi per la candidatura di Roma per ospitare le Olimpiadi? - e Lega al momento della formazione del governo Conte-1. E così non potendo spodestarlo diversamente, ecco che il governo gialloverde vara un’altra riforma dello sport dopo quella di pochi anni prima firmata da Luca Lotti (Pd). Una riforma che prevede la spoliazione del Coni a beneficio della nascente Sport e Salute al cui timone viene messo il manager molisano Rocco Sabelli, vicino all’allora sottosegretario con delega allo sport Giancarlo Giorgetti (Lega). Una riforma vista come un’invasione di campo dal Cio dove Giovanni Malagò è molto considerato, non a caso all’Italia sono state assegnate le Olimpiadi invernali del 2026. Il Cio tutela lo sport dall’intervento della politica e, vedendo questo pericolo, minaccia di sanzionare l’Italia. Giorgetti smentisce ogni forma di intromissione nell’autonomia dello sport rimandando alle norme attuative della riforma. Nel frattempo, il governo cambia, diventa giallorosso, e lo sport finisce al ministro Vincenzo Spadafora (M5S) che non resiste alla tentazione di un’altra riforma: il testo unico che riunisce i decreti attuativi della legge delega dell’anno scorso. Originariamente viene inserito il limite di mandato: due per il presidente del Coni e tre per quelli di federazione. In modo tale che Malagò non si può ricandidare. In più altre norme, ad esempio calciatori dipendenti, scomparsa del vincolo sportivo e l’incompatibilità tra gli incarichi di presidente di federazione e parlamentare. Spadafora mette insieme una bozza che per limitare Coni e Sport e Salute (nel frattempo passato a Vito Cozzoli, vicino al M5S) prevede anche la creazione di un Dipartimento dello Sport al ministero con 45 dipendenti a stabilire la ripartizione delle risorse. In pratica lo sport diventa un campo di battaglia. Perché la bozza passa all’esame delle forze di maggioranza. Ognuna propone dei correttivi. E così il testo - passato da 124 a 136 pagine - viene stravolto e il Coni riacquista potere. Limite di mandato rinviato e così via. Tanto che Malagò lo ritiene condivisibile e lo benedice. Spadafora accetta tutto, o quasi, pur di arrivare al traguardo. Ma alla vigilia dell’approdo al consiglio dei ministri ecco la doccia fredda. É una parte del M5S a stoppare la riforma, proprio perché stravolta cammin facendo. “Troppe concessioni alle tesi del Pd e Italia Viva”, sostengono i cosiddetti ortodossi del M5S. Spadafora minaccia le dimissioni, ma non le formalizza. Lo sport grida allo scandalo, i presidenti di federazione accelerano sulla via delle elezioni per il rinnovo delle cariche in modo tale da dribblare l’eventuale riforma dello sport. Che sarebbe dovuta servire anche per inviare chiarimenti al Cio. Entro agosto, infatti, il governo aveva promesso le delucidazioni richieste. Ovvero norme più precise che avrebbero garantito l’autonomia dello sport. Niente da fare. E Malagò ieri, al termine del consiglio nazionale del Coni che respinge il testo base originario della legge, va giù duro. «Se dovesse cadere la legge delega sulla riforma dello sport, le conseguenze con il Cio in termini di sanzioni saranno sicure e immediate», dice. «C'è un pezzo dello Stato contro un altro pezzo dello Stato. Noi siamo finiti in mezzo a una diatriba tutta politica e istituzionale e non ci vogliamo più stare». Poi, il gran finale. «È evidente che chiamerò stasera (ieri, ndr) il presidente del Consiglio, perché il mondo dello sport è arrabbiato. Ci era stato detto che entro domani (oggi, ndr) questa vicenda sarebbe stata sistemata e io dovrò mandare un report al Cio». Un gran pasticcio, a tutti i livelli.
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