Soncin: Pillon decisivo per la salvezza del Delfino

L’ex bomber del Lanciano: «Biancazzurri deludenti nonostante Zeman e la rosa competitiva»
LANCIANO . Un anno da commentatore televisivo, ma il progetto di restare nel calcio come dirigente o allenatore. Nel futuro di Andrea Soncin, ex attaccante e indimenticato bomber del Lanciano 2004-2005, non c’è il piccolo schermo, nonostante l’esperienza con Sportitalia, «nata quasi per caso», come spiega lo stesso Soncin, «e che mi ha dato l’opportunità di conoscere molti giocatori, anche di categorie inferiori che possono fare una buona carriera».
Quali sono i suoi progetti?
«Iniziare un nuovo percorso, rimanere in campo: quando si esce dopo tanto tempo vissuto “dentro” ci vuole un periodo di adattamento, e seguire il calcio da una prospettiva diversa è stato un modo per staccare. A giugno inizierò il corso da allenatore per ampliare il bagaglio di conoscenze. Sto valutando diverse situazioni, anche da dirigente».
L’addio al calcio giocato com’è maturato?
«Un anno fa ero ancora tesserato col Pavia quando è fallito e sono rimasto svincolato. Ho ricevuto offerte pure tra i professionisti, ma lontano da casa. Così ho dato priorità ad altre cose, e sono arrivato a Montebelluna, in D, con la squadra ultima: ci siamo salvati, ho segnato 13 gol in 22 partite e mi sono divertito».
A Lanciano record di gol in una stagione (21) e unico titolo di capocannoniere in carriera: quanto è stata importante quell’esperienza?
«Tantissimo! Venivo dalla Fiorentina e avevo bisogno di dimostrare che meritavo la categoria superiore. È stato possibile grazie a un allenatore valido come Maurizio Pellegrino, un gruppo eccezionale e un ambiente sano che trasmetteva un entusiasmo coinvolgente. L’anno dopo infatti sono passato all’Atalanta e, in seguito, all’Ascoli…».
Che è rimasta un po’ la squadra sua squadra del cuore.
«Lì ho vissuto quattro stagioni e mezza bellissime: tanti gol, tante emozioni, grande feeling col pubblico. All’andata dei play out ero a Chiavari e stasera sarò al Del Duca per il ritorno».
Pescara delusione della B?
«Non è stata la squadra più deludente, ma sicuramente ci si aspettava molto di più sia per un allenatore esperto come Zeman sia per la rosa. Pillon è stato determinante per venir fuori da una situazione critica».
Tornando al “suo” Lanciano: sente ancora qualcuno di quella squadra?
«Diverse persone: Tommaso Movilli, Andrea Cano, Nicola Cingolani, il mister Pellegrino».
E Maurizio Nassi? Al Biondi eravate i “gemelli del gol”.
«Ultimamente meno, ma per qualche anno siamo rimasti in contatto. C’era un ottimo rapporto anche fuori dal campo, cominciato in maniera molto spontanea e coinvolgente».
Il gol simbolo in rossonero?
«Il più bello forse è stato il secondo segnato in casa al Padova: una bella azione da destra conclusa con un tiro all’incrocio. L’esultanza seguita rispecchia bene la “cattiveria” che ho messo in quella stagione».
Prima di Lanciano, a Venezia e Perugia in A e a Firenze in B, cosa le era mancato?
«Può anche darsi che non fossi pronto per certi palcoscenici. Poi capita anche che non si incastrino delle situazioni: ad esempio in un Perugia-Lazio stavo entrando ma si fa male un difensore e cambia tutto. Capita…».
Comunque Soncin è la dimostrazione che in C si trovano tanti buoni giocatori.
«Seguendo le categorie inferiori da commentatore ho avuto modo di vedere molti calciatori interessanti. Poi sta alle società fare delle scelte».
È vero che in Italia si punta poco sui giovani?
«Si va con il freno a mano tirato. I ragazzi si valutano troppo con almanacchi e dvd, invece bisognerebbe vederli dal vivo per avere un quadro completo. Non è positivo neanche l’obbligo di schierare under, una regola che penalizza i ragazzi: è più giusto che giochi chi merita».
Cosa serve al nostro calcio per uscire dalla crisi?
«Bisogna investire sulle persone, sulla formazione e sulle infrastrutture: cose vitali se si vuole crescere. È un processo che richiede tempo, come è successo in Germania dove è stata portata avanti una riforma radicale».
Tra un po’ iniziano i Mondiali senza Italia: era inevitabile?
«Il secondo posto dietro la Spagna, e quindi lo spareggio, ci poteva stare. Al ritorno bastava un gol per passare, ma i problemi sarebbero rimasti: la mancata qualificazione li ha “scoperchiati”».
Andrea Rapino
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