TORO SFIDATO DAI SACERDOTI

Il regalo, inaspettato, in margine alla presentazione di un libro sulle storie del calcio. Uno dei presenti, un distinto signore dall’inconfondibile accento piemontese, racconta un episodio - per chi...
Il regalo, inaspettato, in margine alla presentazione di un libro sulle storie del calcio. Uno dei presenti, un distinto signore dall’inconfondibile accento piemontese, racconta un episodio - per chi scrive inedito, mai letto né sentito prima - che immediatamente affascina e conquista e subito dopo diventa meritevole di essere divulgato. Non solo. La storia che segue è forse il prologo migliore alla storia di questa sera. Bordeaux, ore 21, Italia vs Germania, l’eterno ritorno.
Siamo a Torino, 1948, quartiere della Crocetta, dove sorge l’Università Pontificia Salesiana, facoltà di teologia. È stata trasferita lì nel 1923, da Foglizzo Canavese, con il nome di Istituto Internazionale Don Bosco. Vi studiano, per diventare sacerdoti, giovani di tutto il mondo. Nel tempo libero, senza mai togliere la lunga tonaca nera e al massimo indossando casti pantaloni alla zuava, giocano a calcio. In difesa eccellono i futuri sacerdoti dell’Est, polacchi, magiari, cechi. La scuola danubiana. In attacco sono irresistibili gli studenti di teologia che vengono dal Sud America, Argentina e Brasile in particolare. Dalle loro parti si trovano a passare spesso - abitano in zona - Valentino Mazzola e Giuseppe Grezar, colonne del Grande Torino. Mazzola porta a spasso i figli, Sandrino e Ferruccio, allora piccolissimi. I campioni granata vedono giocare i seminaristi, ne sono ammirati. Lanciano l’idea: perché non facciamo una partitella, Grande Torino contro Seminaristi Internazionali? Detto, fatto. Si gioca al Filadelfia, un mercoledì pomeriggio. I seminaristi arrivano in undici, contati. Senza permesso alcuno. Sono in fuga. I superiori non avrebbero mai accettato, dicono, una simile disfida. Si sono dunque calati dal muro dell’Istituto salesiano annodando delle lenzuola, come degli evasi. A fine partita, così come erano scappati, rientrano.
Però la notizia di quella strana partita sta già facendo il giro del quartiere. Vengono scoperti. I superiori - questo si dice - li puniscono costringendo i giovani danubiani e sudamericani ad un anno in più di attesa prima di terminare gli studi teologici. Quel che viene contestato loro non è tanto l’essersi allontanati dall’Istituto e nemmeno il fatto di aver voluto provare il brivido di sfidare una formazione leggendaria, al tempo la squadra più forte del mondo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Ossola, Loik, Gabetto, Mazzola, Menti. Macché. La vera colpa da espiare è quella di essere scesi in campo indossando pantaloncini corti. Per le allora rigide coordinate ecclesiastiche - un Papa polacco sciatore o un Papa argentino tifoso del San Lorenzo de Almagro erano di là a venire - un che di impensabile, di intollerabile.
Ecco, questo è quel che resta, affiorante dalle nebbie di un tempo lontano (il Grande Torino sarebbe scomparso nel cielo di Superga pochi mesi dopo) di una partita sul cui risultato dovremmo meditare. Già. Dimenticavamo. Quel giorno, al Filadelfia di Torino, Grande Torino e Seminaristi Internazionali pareggiarono. 1 a 1.
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