UN TRIONFO CHE PARTE DA LONTANO
di STEFANO TAMBURINI Anche gli algidi hanno un cuore e sanno dar sfogo all’inno alla gioia, perché un tempio del calcio è pur sempre un tempio del calcio e mica si può restar indifferenti. Questi...
di STEFANO TAMBURINI
Anche gli algidi hanno un cuore e sanno dar sfogo all’inno alla gioia, perché un tempio del calcio è pur sempre un tempio del calcio e mica si può restar indifferenti. Questi tedeschi non saranno mai gli alfieri dell’esercito della simpatia ma bisogna ammetterlo: il meglio è in casa loro, nelle loro scuole calcio, nel loro modo di intenderlo e anche nel gestirlo. Sì, c’entra qualcosina il Bayern di Pep Guardiola con la sua contaminazione del tiki-taka ma è pur sembre roba dell’ultimo anno. No, il trionfo tedesco è stato costruito con certosina programmazione dalle ceneri del disastroso Europeo del 2004, quello delle zero vittorie contro Olanda, Repubblica Ceca e Lettonia. Da allora in poi, tutto è cambiato: nel 2006 la semifinale persa all’ultimo tuffo contro gli azzurri nel Mondiale casalingo; nel 2008 l’Europeo sfumato in finale con la Spagna e nel 2010 l’amara semifinale sempre con le Furie rosse. Ed è ancora una semifinale, a Euro 2012, a diventar capolinea, stavolta con l’Italia. I tedeschi negli ultimi giri di valzer ci sono sempre stati: logico che prima poi smettessero di essere solo i migliori e diventassero anche i più bravi. Questo Mondiale hanno cominciato a vincerlo con l’epocale 7-1 al Brasile in semifinale, da martedì tutti hanno capito che se c’era un modo per perdere potevano trovarlo solo loro. Questi ragazzi un po’ più semplici degli altri, quasi tutti senza creste, tatuaggi e, soprattutto, senza il vizio dei tweet cretinoidi, son lì a godersela che quasi non sembrano più quei soldatini inquadrati in un’accademia militare a cui siamo abituati a paragonarli. No, adesso hanno gettato mezzo continente sudamericano nello sconforto: martedì i brasiliani, ieri gli argentini che avevano invaso Rio de Janeiro per trasformarla in una colonia festante. Di fatto hanno unito due oceani di lacrime in un unico sconforto. Si può solo applaudire la grande impresa della prima nazionale europea capace di vincere un Mondiale giocato in Sudamerica. E, se proprio qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio, si può anche smetterla davvero con gli improvvidi paragoni fra el Pibe de oro e il campioncino triste Lionel Messi. Le leggende vere vincono. Quelle presunte, al momento del dunque, invece sono solo chiacchiere e distintivo.
@s__tamburini
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