«Ho perso il telefono, manda soldi»: in quattro indagati per la truffa

Due teramani hanno fatto bonifici da 900 e 800 euro a chi si è spacciato per figlio. La Procura chiede il processo, il giudice ha mandato gli atti a Napoli per competenza territoriale
TERAMO. La tecnica usata punta su quella che il codice chiama «minorata difesa», ovvero una condizione che ostacola ogni tipo di resistenza. In questo caso quella dell’essere genitore. Perché quando sul cellulare di un papà o di una mamma arriva il messaggio di chi si spaccia per il figlio fuori casa, il più delle volte distante per motivi di studio o lavoro, con cui si chiede un bonifico immediato per ricomprare il telefonino perso o rubato, non è mai facile razionalizzare e alzare la difesa del dubbio. Così è successo ai due genitori teramani che hanno versato rispettivamente 900 e 800 euro per poi accorgersi di essere finiti nel lungo elenco di truffati. Hanno denunciato e da quella denuncia si sono accorti di non essere soli.
Quattro gli indagati, tre residenti a Napoli e uno nella zona di Reggio Emilia, per cui la Procura (pm titolare del fascicolo Laura Colica) ha fatto la richiesta di rinvio a giudizio. Nell’udienza preliminare che si è svolta davanti al giudice Marco Procaccini è stata accolta l’eccezione sollevata da uno dei difensori sulla competenza territoriale in merito al reato di ricettazione contestato insieme alla truffa. Eccezione, quella della competenza territoriale in merito al reato di ricettazione di una delle carte su cui è stato fatto il bonifico, che è stata accolta con la successiva trasmissione degli atti alla Procura partenopea. È stato accertato, nel corso di altre indagini simili, che i criminali della rete inviano una moltitudine di questi messaggi e non hanno contezza di chi li riceve. Può anche arrivare a chi non ha figli che immediatamente lo individua come truffa e lo cancella.
Ma statisticamente quel messaggio intercetterà sicuramente almeno u n genitore. Si tratta di una truffa che punta sull’emotività della vittima che lo riceve: un genitore che va in apprensione per il figlio. Se si risponde al messaggio, i criminali comprendono di aver conquistato la fiducia del malcapitato e proseguono con la seconda fase. A questo punto si fingono in difficoltà e chiedono soldi, accaparrando varie scuse, come ricomprare il telefono; un pagamento urgente che erano andati a fare prima di perdere il telefono; conto bancario bloccato. Convinta la vittima che il suo aiuto è essenziale, i truffatori la inducono ad effettuare versamenti di denaro attraverso ricariche su carte prepagate, bonifici istantanei, o pagamenti immediati attraverso servizi di money transfer disponibili presso tabaccherie o negozi abilitati. Perché l’era digitale espone tutti a rischi concreti e il web rappresenta il terreno più fertile per mettere a segno truffe.
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