Molotov in piazza San Francesco, la Procura: pericolose come armi da guerra

Chiusa l’inchiesta con tre minorenni indagati dopo gli scontri di un anno fa. Contestati i reati di accensioni ed esplosioni pericolose, detenzione di ordigni e lesioni aggravate
TERAMO. Il caso, all’epoca rimbalzato sulle cronache nazionali a raccontare un’altra storia di violenza tra giovanissimi pronti a maneggiare bottiglie molotov, si srotola negli ultimi atti di un’inchiesta della Procura per i minorenni dell’Aquila. Che nell’avviso di conclusione sugli scontri di piazza San Francesco, da poco notificato alle parti, non esita a parlare di scenari da guerra con quelle bottiglie incendiarie pericolose proprio come «armi da guerra», veri e propri ordigni incendiari lanciati tra i passanti con un potenziale di lesività ritenuto sicuramente elevato in un contesto in cui quello che avrebbe potuto essere ha fatto ancora più paura di quello che è stato.
Tre gli indagati di cui due 14enni e un 15enne a cui nei giorni scorsi è stato notificato l’avviso di conclusione con il procuratore per i minorenni David Mancini che contesta ai 14enni i reati di fabbricazione o detenzione di materiali esplodenti, accensioni ed esplosioni pericolose, la violazione della legge che disciplina il controllo delle armi (la numero 895 del 2 ottobre 1967) e le lesioni gravissime. Reato, solo quest’ultimo, che viene contestato anche al 15enne con il giacchino andato a fuoco dopo essere stato raggiunto da una molotov e che, dopo il fatto, aveva colpito con un pugno il coetaneo che aveva lanciato l’ordigno colpendolo per caso visto che lui in quel momento era solo di passaggio.
Il 14enne studente liceale della Val Vibrata, che fece ritrovare subito gli ordigni preparati in casa e nascosti in piazza, aveva raccontato il prima e il dopo di quella serata nel corso d un interrogatorio. Il ragazzo, davanti ai poliziotti della squadra mobile (delegati dall’autorità giudiziaria), aveva ripercorso i momenti precedenti agli scontri, l’appuntamento con i coetanei fissato sui social per vendicarsi di una partita di pallone ma anche di alcuni apprezzamenti a una ragazzina, con una delle tre bottiglie lanciate, aveva detto il giovanissimo ai poliziotti, «solo per disperdere la folla, solo per spaventare. Io non volevo fare del male a nessuno».
L’ordigno nascosto tra i libri nello zaino di scuola quella sera del 1° febbraio dell’anno scorso colpì il 15enne teramano che si trovava lì per caso, bruciandogli il giacchino che il ragazzino, che negli atti è identificato anche come parte offesa, riuscì a sfilarsi. «Ne rimaneva attinto al punto», si legge nell’avviso di conclusione, «che il suo giubbetto prendeva fuoco, scongiurando conseguenze ulteriori solo per l’intervento di alcuni amici che lo aiutavano a spegnere le fiamme e a sfilarselo di dosso».
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