«Niente gonne né tacchi alti»: 2 anni e mezzo al marito violento

Condannato 39enne teramano accusato di maltrattamenti, la donna picchiata è poi finita in ospedale. In un caso l’avrebbe spinta fuori dalla macchina facendola cadere e lasciandola ferita sull’asfalto
TERAMO. I particolari a fare la differenza in storie di violenza che si ripetono ormai senza tregua nelle aule di tribunale in una dolente cronaca giudiziaria dei Codici rossi. Come in questo caso: un teramano di 39 anni finito a processo per maltrattamenti sulla moglie, accusato di averla picchiata, scaraventata fuori dall’auto in movimento, impedito di indossare gonne e tacchi alti. È stato condannato a due anni e sei mesi al termine del processo di primo grado che si è svolto davanti al giudice Francesco Ferretti con la donna che si è costituita parte civile rappresentata dall’avvocato Luca Carbonara. Per lei disposto un risarcimento ma è chiaro ed evidente che niente potrà mai bastare per indennizzare anni di vita negata.
Secondo la Pubblica accusa la donna sarebbe stata vittima di violenze dal 2014 al 2020 tra maltrattamenti fisici e psicologici che sarebbero andati avanti fino a quando lei, dopo l’ultimo episodio violento per cui è finta in ospedale con una prognosi di trenta giorni, ha deciso di denunciare e separarsi.
Anni di violenze che sono elencati nel capo d’imputazione e sono stati ricostruiti in aula attraverso varie testimonianze. Così nel capo d’imputazione: «Maltrattava la donna ingiuriandola, impedendole di frequentare liberamente le proprie amicizie e i propri familiari, impedendole di vestirsi come voleva, vietandole gonne e tacchi alti, e di gestire il denaro che guadagnava con la sua attività lavorativa». In questo caso, secondo l’accusa, «non consegnandole il bancomat relativo al conto corrente cointestato su cui veniva accreditato lo stipendio e obbligandola a chiedere al marito i soldi di cui aveva bisogno».
Il tutto accompagnato da aggressioni e botte per cui la donna in un caso è finita in ospedale. «In particolare», scrive la Procura nel capo d’imputazione aggiungendo «a titolo meramente esemplificativo», quasi a voler sottolineare il carattere sicuramente non episodico dei maltrattamenti, «dopo una lite avvenuta mentre erano in macchina, spingeva con forza la parte offesa facendola cadere a terra e ripartiva lasciandola sola in strada». L’uomo, oltre che dell’accusa di maltrattamenti, era imputato anche per lesioni. Un ennesimo caso, con una sentenza di primo grado, a raccontare come nonostante l’inasprimento delle normative, è il caso del Codice rosso, i reati legati alla violenza di genere continuino a declinare la cronaca giudiziaria. Anche se per una vittima di violenza parlare non è mai facile e trovare il coraggio di denunciare lo è ancora meno.
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