il ricordo

Oggi il decennale dalla morte di Marco Pannella. Francesco Merlo: «La sinistra non lo ammette ma in realtà è pannelliana»

19 Maggio 2026

Ieri l’incontro a Teramo a sala Ipogea. Il sindaco D’Alberto: «L’anno scorso è venuto a trovarci qui a Teramo l’ambasciatore del Messico in Italia, Carlos Eugenio Garcia de Alba. Prima di andare via mi ha pregato: «Non posso andarmene se prima non sono andato a visitare la tomba di Marco».

TERAMO

«Finora Marco Pannella è stato raccontato solo da una prospettiva radicale, ma andrebbe studiato nelle università. Sviscerato». Perché? «Perché la sinistra non ha mai ammesso una cosa fondamentale: di essere pannelliana». Parola del giornalista Francesco Merlo. Ricostruire l’identità del leader radicale è un compito arduo, forse impossibile. Per i 10 anni dalla scomparsa, alla Sala ipogea di Teramo, la sua città natale, si tenta l’impresa. L’occasione è l’uscita del libro “Pazzi di libertà”, una “antologia minima” dei discorsi di Marco Pannella, in uscita da oggi con il quotidiano. Ci sono la compagna di vita del radicale, Mirella Parachini, il suo collaboratore più stretto, Sergio Rovasio, il direttore del Centro Luca Telese e appunto Francesco Merlo, che del testo ha curato il saggio biografico.

E proprio da lui parte la riflessione su Marco Pannella. Meglio: sulla sua eredità. Cosa direbbe Pannella oggi? «Boh, qui in Italia piace far parlare i morti, ma non mi sembra il caso», glissa l’editorialista di Repubblica. Anche perché nel giro di un decennio il mondo è profondamente cambiato: «Pannella non ha fatto in tempo a vedere Trump, il Covid, Gaza. Lui che voleva che Israele diventasse parte dell’Unione europea».

Piuttosto che tentare di profetizzare ciò che direbbe oggi, meglio tratteggiare il personaggio politico. Era l’uomo del referendum sul divorzio? Del costume da fantasma della democrazia in Rai? Del Babbo Natale giallo che a Roma dispensava i soldi del finanziamento pubblico ai partiti? Merlo sintetizza questa complessità nel suo aspetto: «Aveva un’estetica sovversiva, che meriterebbe di essere studiata al pari del Pannella politico». Un “James Dean alto”, col naso dantesco (“altrettanto eversivo”) e quegli occhi azzurri «sovversivi e sentimentali» che «ai comunisti non piacevano». Non ci si può fidare di quelli con gli occhi azzurri, dicevano. «Una volta Renato Guttuso e Sciascia discutevano di Pannella». Il pittore, che dei colori faceva il carattere il tratto distintivo della sua arte, gli disse: «Con quegli occhi lì, non mi convince: non c’è da aver fiducia negli occhi azzurri».

Pannella era anche l’ideatore del partito transnazionale, lo stesso che dopo la caduta del muro, «ideò una nuova rivista, notizie radicali, pubblicata in 25 lingue, e aprì una sede del partito in 22 paesi, da Mosca a Budapest». Forse è anche per queste intuizioni che la fama di un leader di un partito in perenne minoranza è arrivata oltreoceano. Lo racconta un aneddoto del sindaco Gianguido D’Alberto: «L’anno scorso è venuto a trovarci qui a Teramo l’ambasciatore del Messico in Italia, Carlos Eugenio Garcia de Alba. Prima di andare via mi ha pregato: «Non posso andarmene se prima non sono andato a visitare la tomba di Marco».

Le storie personali si susseguono. Tratteggiano il ritratto di un uomo unico, che ha lottato tutta la vita per la liberalizzazione delle droghe senza aver mai fatto un tiro di spinello. Amava i drogati, ma non sapeva cosa fossero le droghe. Fumava solo molte sigarette. Moltissime. «Fumava le Celtique, sigarette introvabili», racconta Rovasio, «ricordo delle ronde in macchina, in piena notte, alla ricerca di queste sigarette che in Italia non fumava praticamente nessuno, tranne lui. Ho stampato in mente delle litigate con i tabaccai perché non le vendevano…». Mirella poi contribuisce con un suo ricordo. “È vero, era fra le tre sole persone in Italia che fumavano quelle sigarette. Un’altra però era Enrico Maria Salerno. Una sera a Marco era rimasto un pacchetto, a Enrico nessuno. Glielo regalò».

L’eversione di Pannella andava oltre l’aspetto estetico. Era anche nell’abbigliamento. «Quelle cravatte orribili», dice divertito Rovasio. «Erano quei dettagli a renderlo eversivo. E poi i maglioni a girocollo… al Pci lo chiamavano Nosferatu», aggiunge Merlo.

La complessità di Pannella qui viene ricomposta nei tanti frammenti di vita presenti in ognuno dei protagonisti dell’iniziativa. Ma, con un personaggio così, può succedere che i tasselli del mosaico non si incastrino perfettamente. Succede quando si parla di Jean-Yves, uno storico amico di Pannella e forse, nei tempi della giovinezza a Parigi, quando era corrispondente per Il Giorno, anche qualcosa di più. «Mi parlava di Jean e del bene che gli voleva, di questo grande amore. Ma io sapevo anche che lui temeva la madre e che non gli disse mai di questo suo rapporto. Amava gli omosessuali ed era un libertario, ma era anche, nei confronti della madre, timorato». Mirella però ha un ricordo leggermente diverso: «Francesco, sei il mio idolo, ma ho una foto che dice il contrario: sono la mamma di Marco e Jean-Yves, insieme». Due versioni della stessa persona, raccontate da chi gli era molto vicino: davanti a un uomo così complesso, non è detto che siano discordanti.

C’è però un lascito politico che è intonso. È quello dei suoi discorsi («Non avrà mai scritto libri, ma in quei monologhi c’è il vero Marco», dice Rovasio), delle sue battaglie. Molte delle quali, oggi, fanno parte del programma elettorale del centrosinistra. Chiosa Merlo: «Quando Elly Schlein parla di diritti di civili, che ha molto a cuore, parla di Marco. Non lo vuole ammettere, ma è così».

L’eredità pannelliana che ancora deve essere elaborata.