Padre e figlio insieme nell'addio

8 Febbraio 2011

Una bara accanto all'altra. Il parroco dice: la morte cancella tutto

PINETO. Le bare una a fianco all'altra. Dietro una donna che piange marito e figlio. Il sipario cala per sempre sul massacro di Pineto e nella chiesa di Sant'Agnese non ci sono più vittima e carnefice, ma solo un padre e un figlio uniti nell'addio. Funerali comuni, tombe vicine. «Con la morte tutto si appiana», dice il parroco, «tensioni, apprensioni a paure scompaiono. Ma mi auguro che fatti di questo genere non avvengano più». In un pomeriggio che sa già di primavera si consuma l'addio a Paquale e Gabriele Peracchia, il padre e il figlio che si sono accoltellati.

C'erano i vicini di casa, i parenti, gli amici: in tanti si sono stretti al dolore di Bianchina Pelusi, moglie e madre, unica testimone del duplice delitto, e di Marco, figlio e fratello, rientrato da Padova dove lavora. C'era anche il sindaco di Pineto Luciano Monticelli, lo stesso a cui meno di quindici giorni fa Gabriele, disperato perchè a 50 anni era senza lavoro, aveva chiesto aiuto. E quando l'amministratore si avvicina alla madre per abbracciarla la donna con disperazione gli sussurra: «Se gli avesse trovato un posto forse...» e la frase resta sospesa.

In chiesa, in un silenzio irreale, le parole del parroco don Guido De Annuntiis suonano come un monito. «Non avrei mai immaginato di dovermi trovare a celebrare un funerale di questo tipo», dice, «è una vicenda che ha segnato profondamente questa famiglia e non solo. Pasquale e Gabriele sono il segno concreto e visibile che dopo la morte l'unico ricordo che lasciamo è il bene che abbiamo seminato sulla terra. Questo funerale ci ricorda che non è dato a noi il compito di giudicare. Che questo sto momento sia una scuola di vita per tutti, affinché a prevalere sia sempre e soltanto il bene».

Poi, dopo la funzione, le due bare, sempre una accanto all'altra, escono dalla chiesa per essere trasportate al vicino cimitero. Padre e figlio riposeranno per sempre in due tombe vicine.

E intanto con il passare dei giorni si delineano con sempre maggiore chiarezza i contorni di una tragedia annunciata. I litigi tra Pasquale, muratore 73enne in pensione, e il figlio erano continui. «Gabriele lo diceva», ha detto la madre ai carabinieri, «se continua così papà io lo accoppo».

Gabriele, dopo la separazione dalla moglie con cui aveva avuto tre figli, era rientrato dalla Svizzera e viveva con i genitori nella casa di proprietà, a Villa Ardente. Era disperato perchè non riusciva a trovare lavoro dopo aver perso quello da operaio in una fabbrica del posto. Pasquale, una vita trascorsa in Svizzera, per quel figlio sperava in qualcosa di più. Non accettava che avesse lasciato moglie e figli. La disperazione di Gabriele era anche la sua.

Sabato sera l'ennesimo litigio nella casa di via Tevere. Prima delle coltellate i due si sono picchiati: entrambi hanno ecchimosi sul volto e sulle mani. Poi sono arrivati i fendenti, violenti e diretti. Sul corpo del padre dieci: l'ultimo, il mortale, quello al fianco sinistro. Così violento che la lama del coltello da cucina, lunga circa trenta centimetri, è rimasta conficcata nel corpo. Gabriele è stato colpito con un colpo solo all'addome. E' morto dissanguato qualche minuto il padre. Unica testimone la madre che ha cercato di fermarli. Poi disperata ha chiesto aiuto. «La mia vita», ha detto ai carabinieri, «ora è finita».

(ha collaborato Danilo Spezialetti)

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