Provincia, un piano veloce per salvare l’economia

24 Gennaio 2015

L’Opes si riunisce dopo anni: Di Sabatino chiede indicazioni a sindacati e imprese «Decidiamo un modello di sviluppo per Teramo, poi lavorerò per trovare i fondi»

TERAMO. Concretezza e velocità: queste le due parole d’ordine pronunciate dal presidente della Provincia Renzo Di Sabatino al termine della riunione dell’Osservatorio provinciale sull’economia e lo sviluppo. L’Opes, un organismo che non si riuniva da anni, ora torna in funzione a pieno regime per tentare di risollevare le sorti dell’economia teramana. E non solo, visto che i dati certamente non confortanti del sistema produttivo hanno indiscutibilmente riflessi sulla società teramana.

Il compito è improbo, e Di Sabatino lo sa, ma l’obiettivo è capire che serve per far ripartire l’economia e trovare i fondi per ridarle le gambe. Per il primo aspetto Di Sabatino ha chiesto, entro 15 giorni, ad associazioni datoriali e sindacati (le colonne portanti dell’Opes, presenti alla riunione) un documento con un’analisi del settore di propria competenza e suggerimenti per il suo rilancio. Proposte che saranno analizzate poi da un comitato ristretto composto da Provincia, Camera di commercio e università.

«E’ importante avere indicazioni su dove vogliamo puntare, su quale sia il modello di sviluppo e con queste poi porsi come interlocutori per ottenere fondi: ora si inizia a discutere della progettazione 2014-2020. Ad esempio ci sono 200 milioni circa di fondi Fesr. E voglio portare le richieste della comunità teramana sul tavolo dei finanziamenti». Un argomento ritenuto basilare anche dal Gloriano Lanciotti, direttore della Cna. Di Sabatino dice di non voler ripetere quanto accaduto in passato «quando non si è fatta una politica industriale ma le istituzioni si sono limitare ad affrontare situazioni di crisi».

Dai vari interventi che si sono succeduti è emerso un quadro non confortante. «Bisogna individuare un nuovo modello di sviluppo, che riguardi diverse priorità», ha osservato Salvatore Florimbi, vice segretario della Camera di commercio, «non solo nel settore industriale, di cui non possiamo fare a meno, ma anche altri ambiti, come il turismo che non ha mai avuto la dovuta attenzione. Preoccupa fortemente il sistema istituzionale locale e il fatto che il governo non faccia più funzionare alcuni enti. Questo ha un impatto diretto sul territorio perchè scompariranno alcuni servizi, e altri impatti indiretti, ma ugualmente gravi. Gli enti scomparsi non porteranno più investimenti sul territorio (ad esempio la Camera di commercio in 5 anni ha investito 9,9 milioni nel Teramano, ndr). Ma scomparirà anche l’indotto: da chi per esempio fa le manutenzioni ai macchinari ai professionisti che fanno le consulenze. Ma anche un altro tipo di indotto: ad esempio i ristoranti, i bar, i negozi di cui si servono i dipendenti che andranno altrove. Senza contare che scompariranno opportunità di lavoro. Si impoverisce cioè il tessuto connettivo della provincia di Teramo». Insomma, i tagli alla Provincia, l’accorpamento all’Aquila della Camera di commercio, la possibile chiusura della prefettura (che a cascata potrebbe portare a un declassamento della questura) avranno un impatto deflagrante su Teramo e provincia.

Ecco dunque che le parole di Christian Corsi, docente all’università di Teramo hanno un valore particolare. «In un contesto di crisi vanno ridefiniti i modelli di sviluppo, e questo è il momento. Le nostre strutture finanziare e di governance sono saltate prima rispetto ad altre province. Quindi oltre ad attivarsi sulla realizzazione di ponti e strade, cioè strutture “hard” che si realizzano nel medio periodo, bisogna attivarsi su competenze “soft”, ad esempio su formazione e ricerca. Infatti da qui a un anno e mezzo le nostre piccole e medie imprese dovranno competere con una realtà diversa rispetto al passato. Ora forse a livello locale c’è bisogna di più imprenditori e meno manager». E non a caso Giammaria De Paulis, presidente di Confindustria giovani Gran Sasso ha osservato che i «competitor dei nostri giovani non sono pescaresi o aquilani, bensì turchi, indiani, soprattutto nelle nuove tecnologie, conoscono tre lingue, usano le nuove tecnologie e soprattutto sono "aggressivi" (nel senso più che positivo) sul mercato del lavoro».

E anche gli amministratori locali devono fare la loro parte. Marco Fabiocchi, direttore dell’Ance fa notare che nel post-terremoto solo 2 o 3 Comuni teramani su 9 hanno adottato i piani di ricostruzione che darebbero ossigeno alle imprese edili locali, in un momento in cui il mercato della casa si è estinto. O che in tutta la provincia solo il Comune di Teramo, su 47, ha fatto un accordo sul canone concordato per gli affitti.

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