Acqua, da risorsa a priorità: il riuso come risposta alla crisi idrica

22 Marzo 2026

Incidono gli effetti dei cambiamenti climatici, la crescita della popolazione e lo sviluppo. Il direttore generale Santedicola: «È una scelta strategica per il futuro del nostro territorio»

PESCARA. Negli ultimi decenni l’acqua potabile è passata dall’essere una risorsa relativamente abbondante a diventare un bene sempre più strategico e limitato. La crescita della popolazione, l’espansione urbana e lo sviluppo delle attività agricole e industriali, insieme agli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici, stanno determinando uno squilibrio crescente tra disponibilità e domanda di acqua dolce. La riduzione delle precipitazioni, l’aumento delle temperature e la maggiore frequenza di periodi di siccità stanno mettendo sotto pressione i sistemi idrici, rendendo sempre più complessa la gestione delle risorse.

In questo scenario, la sicurezza idrica non è più soltanto una questione ambientale, ma assume una dimensione economica, sanitaria e sociale. La disponibilità di acqua incide direttamente sulla qualità della vita delle comunità, sulla tutela degli ecosistemi e sulla stabilità delle attività produttive, rendendo necessario un cambio di paradigma nella gestione del ciclo idrico. Tra le soluzioni più efficaci per affrontare questa sfida emerge il riutilizzo delle acque reflue depurate. Si tratta di una strategia che consente di trasformare uno scarico in una risorsa, riducendo i prelievi dalle fonti naturali e limitando gli impatti ambientali. Grazie alle moderne tecnologie di depurazione, oggi è possibile ottenere acque trattate con standard qualitativi adeguati per diversi utilizzi, in particolare in agricoltura, nell’industria e per usi civili non potabili. In contesti più avanzati, si sperimentano anche forme di riuso potabile indiretto, sempre sotto rigorosi controlli sanitari.

Il riuso, tuttavia, non è solo una questione tecnologica. La sua diffusione richiede un approccio integrato che tenga conto degli aspetti normativi, economici e sociali, oltre che del grado di accettabilità da parte dei cittadini. A livello europeo, il regolamento 2020/741 rappresenta un punto di svolta, introducendo per la prima volta criteri uniformi per il riutilizzo dell’acqua a fini irrigui. La normativa stabilisce standard qualitativi e un sistema di classificazione in base alle colture e alle modalità di irrigazione, con l’obiettivo di garantire la sicurezza sanitaria e ambientale. Uno degli elementi più innovativi del regolamento è il Piano di gestione del rischio, che impone una valutazione complessiva dei potenziali pericoli lungo tutta la filiera del riuso, dal trattamento alla distribuzione fino all’utilizzo finale.

Questo approccio supera la logica dei soli limiti tabellari e introduce un modello dinamico basato sulla prevenzione e sulla responsabilità condivisa tra i diversi soggetti coinvolti. In Italia, il riutilizzo delle acque reflue è disciplinato dal Testo Unico Ambientale e dal decreto ministeriale del 2003, che definiscono parametri e modalità operative. A livello regionale, le amministrazioni svolgono un ruolo centrale nella pianificazione e nel rilascio delle autorizzazioni. In Abruzzo il Piano di Tutela delle Acque promuove il riuso come strumento per ridurre i prelievi da falde e corsi d’acqua, soprattutto nelle aree più esposte allo stress idrico e caratterizzate da una forte pressione antropica.

Proprio la crisi idrica che ha colpito la regione nell’estate del 2024 ha evidenziato con forza la fragilità del sistema. Le difficoltà nella distribuzione dell’acqua potabile, con l’introduzione di misure straordinarie come la riduzione della pressione nelle reti e la turnazione dell’erogazione, hanno reso evidente la necessità di soluzioni strutturali e non più emergenziali. La gestione dell’acqua non può più basarsi su interventi temporanei, ma richiede una pianificazione di lungo periodo capace di aumentare la resilienza del sistema.

In questo contesto si inserisce il progetto di riutilizzo delle acque dell’impianto di depurazione di Montesilvano, che punta a destinare l’acqua trattata ad usi irrigui e industriali, riducendo il consumo di acqua potabile per attività che non richiedono elevati standard qualitativi. Si tratta di un intervento che coniuga sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e razionalizzazione delle risorse.

«Il riuso delle acque reflue rappresenta una scelta strategica per il futuro del nostro territorio», sottolinea Marco Santedicola, direttore generale dell’Aca, «non è solo una risposta all’emergenza, ma un investimento strutturale che consente di rendere il sistema idrico più resiliente, garantendo continuità alle attività produttive e riducendo la pressione sulle risorse naturali. Dobbiamo cambiare il nostro approccio: l’acqua non è più una risorsa infinita e il riuso diventa una leva fondamentale per una gestione moderna ed efficiente».

Il progetto ha un valore complessivo di circa 7,85 milioni di euro ed è finanziato attraverso contributi pubblici e un prestito della Banca Europea per gli Investimenti. Il modello economico è basato sull’autosostenibilità: i costi di gestione e il servizio del debito saranno coperti dalla vendita dell’acqua recuperata agli utilizzatori, senza incidere sulle tariffe del servizio idrico potabile. I benefici attesi sono molteplici e riguardano sia l’ambiente che il sistema economico. La disponibilità di una fonte idrica alternativa garantisce maggiore sicurezza alle imprese, che possono pianificare le proprie attività con minore incertezza. Allo stesso tempo, si riduce la pressione sulle falde e sui corsi d’acqua, contribuendo alla tutela degli ecosistemi e alla conservazione delle risorse naturali.

Nel medio-lungo periodo, il riuso può favorire la creazione di un circolo virtuoso tra infrastrutture e sviluppo economico. La presenza di una risorsa idrica affidabile può attrarre nuovi investimenti e sostenere la crescita del tessuto produttivo locale, mentre l’aumento della domanda di acqua riutilizzata contribuisce a rafforzare la sostenibilità economica degli impianti. Il caso di Montesilvano rappresenta dunque un esempio concreto di come il riutilizzo delle acque reflue possa diventare una componente strutturale del sistema idrico integrato. Non si tratta solo di una soluzione tecnica, ma di un vero e proprio cambio di prospettiva.

L’acqua è una risorsa naturale, ma il suo riuso è una scelta culturale. Significa passare da un modello basato sul consumo a uno fondato sulla rigenerazione, dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione, dalla logica dello spreco a quella dell’efficienza. Significa anche interrogarsi su quale qualità dell’acqua sia realmente necessaria per i diversi usi, su quanta energia siamo disposti a impiegare per trattarla e su quali infrastrutture dobbiamo progettare per il futuro. Perché il valore dell’acqua non si misura solo in metri cubi, ma nella capacità di darle una seconda vita, trasformando una criticità in opportunità per lo sviluppo sostenibile del territorio.

@RIPRODUZIONE RISERVATA