Anna dalla Garbatella. Elogio alla militante ignota

Se n’è andata ieri, e mi pare di sentire ancora quella sua inconfondibile risata di ingaggio
Se n’è andata ieri, e mi pare di sentire ancora quella sua inconfondibile risata di ingaggio, con un micro gorgheggio gutturale, come un effetto grattugiato direttamente sulle corde vocali: Eh-eh-eheé!
Forse su altri giornali Anna Cece non avrà grandi “coccodrilli”, ovvero gli articoli che nel codice giornalistico designano i ritratti commemorativi, perché Anna aveva 64 anni, era militante di Fratelli d’Italia, era in campo da più di mezzo secolo, ma non aveva incarichi. Non era nel governo, non governava segreterie, non faceva parte di grandi famiglie della politica italiana. Era tuttavia una figura importantissima per la destra romana, una sorta di “madrina” di Colle Oppio prima, e di tutto il partito poi, sul suo profilo sfavillava la foto del bacio a Giorgia Meloni il giorno della sua storica vittoria al congresso di Viterbo. Anna era una di quelle figure che Marco Pannella, parlando dei suoi fedelissimi Radicali, definiva affettuosamente “Mili-tonti”. E non perché questi personaggi mancassero di qualche ingegno, ma perché dediti a una causa in modo totale, senza nessuna contropartita, nemmeno quella della più semplice ambizione personale, la gratificazione per il lavoro svolto e il ruolo conquistato sul campo. “Tonti” nel senso più degregoriano del termine: “Sempre e per sempre/ dalla stessa parte/ mi troverai”.
Se oggi decido di raccontare proprio lei, proprio Anna, è essenzialmente per due motivi. Il primo, se vogliamo, di ordine “storico”: Anna fa parte di quella “Comunità” umana di destra missina e postmissina che è passata dal “ghetto” al governo del Paese, è stata la compagna di avventure delle Meloni (intendo entrambe le sorelle), Lollobrigida, Marsilio, Rampelli, Scurria, Mollicone e via fratellando. Era insomma una testimone di storia, con un piede piantato, da adolescente, negli infuocatissimi anni di Piombo della Capitale. L’avevo conosciuta sul campo, nei primi anni Duemila, in quel turbinoso magma di congressi, manifestazioni e, soprattutto, commemorazioni senza fine. Nei tre anni passati a scrivere Cuori Neri trovavo Anna ovunque: al corteo per ricordare Francesco Cecchin nel quartiere Trieste-Salario, alla veglia per Paolo Di Nella a piazza Gondar, sotto l’enorme scritta “Paolo vive!”, e poi nelle giornate elettorali, nei convegni... Ma oggi non sto raccontando Anna per celebrare con questa donna l’apologia della destra sociale o della Garbatella nera (da lì veniva, anche lei). Lo faccio, semmai, per dire che c’è stato un tempo in cui i partiti di massa erano pieni di “militonti” come Anna, gente che dava la vita per pura passione sapendo di averne in cambio nulla. Prendete questo articolo, dunque, come un monumento al milite ignoto, anzi, al militante ignoto della prima repubblica, dai comunisti ai democristiani, passando per radicali, socialisti ed extraparlamentari di ogni segno e colore. Ovunque ci fosse popolo, insomma, e non plebe.
Il secondo motivo per cui parlo di Anna, tuttavia, è che era un personaggio pazzesco, incredibile, energia pura. Anna arrivava ovunque. Si infilava ovunque. Sapeva tutto, di chiunque, ma non lo esibiva mai. Fu decisiva, ad esempio (per me), nel momento in cui avevo dovuto ricostruire tanti capitoli che parlavano di quella stagione, gli anni Settanta-Ottanta a Roma: ricordo discussioni intorno alla figura complessa di Stefano Recchioni, ucciso davanti alla sezione di Acca Larentia nel 1978 (quel giorno divenne il battesimo di fuoco dei Nar). Ma quando le avevo fatto presente che stavo citando tutte le fonti, e che lo avrei voluto fare anche con lei, mi fece una risata delle sue in faccia: “Eh-eh-eheé, ma che te sei scimunito? Non t’azzardà”.
Anna era quindi una bellissima e paradossale figura, “candida”, come dice Flavia Perina, ma anche smagata: appariva sempre, ma non voleva apparire mai. Persino venire ricordata come testimone le pareva un vezzo. Ma che personalità, tuttavia: “A pupazzé, ma che stai addí?” E giù risata. “Pupazzé”, nel romanesco sta per “pupazzetto”, una sorta di vezzeggiativo pieno di ironia e disincanto: la sua cifra. Ma il vernacolo romano, per lei, non era un addobbo: era la lingua in purezza del suo pensiero caustico. Si materializzò dal nulla una sera, nel 2018, ad Atreju, mentre cenavo con un gruppo di dirigenti in cui c’era anche il futuro sottosegretario Marcello Gemmato. E quella sera Anna era entrata toccandola piano con un sonoro: “Eh-eh-eheé! Certo che ne stai addì poche de cazzate, Marceeé!”. Abbraccio al collo di Gemmato, baci, monologo, tutto quello di cui si parlava prima di lei era azzerato.
Ieri Gemmato ha pubblicato una foto in presa diretta di quello sbarco, e capisco la sua commozione. L’ultima volta che l’ho vista io è stata l’estate scorsa a Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia all’Eur. Erano le undici di sera, uscivo chiacchierando con la collega Annamaria Gravino (de Il Secolo) e lei ci aveva raggiunto in carrozzella, prendendo subito la scena: “Eh-eh-eheé! Già ve n’annate?”. Uscimmo dalla festa all’una. Ci fu un momento in cui si era alzata dalla carrozzella, poi si era riseduta: “Vedi? Sono una carcassa, ho un piede nella fossa”, disse ad Annamaria e a me (che non le avevamo creduto). Ma di quante cose avevamo parlato, quante storie che cercavo di tenere a mente perché una come Anna per un giornalista non è una fonte, ma una miniera d’oro: “Mica scriverai? Mica finisce in un libro, questa?”. E io, non so quanto sincero: “Tranquilla, il nostro patto resta: non scrivo nulla”.
Però adesso ti ho fregata, Anna. Oggi sei la cosa più importante del racconto, per me. Stavolta, al centro del pezzo, ci sei tu sola: Eh-eh-eheé!

