Decreto montagna, il ministro Calderoli: «È una legge scritta insieme. Così aiutiamo la montagna»

13 Febbraio 2026

Il regista del decreto: «Le Regioni sono autonome sulla ripartizione dei fondi»

PESCARA. «Questo percorso normativo è sempre stato condiviso, fin dall’inizio. Ma tocca solo a me fare la figura del cattivo». Porta la firma del ministro agli Affari regionali e autonomie locali Roberto Calderoli la legge più discussa delle ultime settimane in Abruzzo, quel decreto Montagna che ha rivisto la classificazione dei comuni montani da cui deriva l’assegnazione delle risorse del fondo per i territori d’alta quota (Fosmit). Per rientrare nell’elenco, il comune deve rispettare uno o più dei seguenti requisiti: almeno il 20 percento del territorio sopra i 600 metri e almeno il 25 percento della superficie con una pendenza superiore al 20 percento; un’altitudine media pari o superiore a 350 metri e almeno il 5% del territorio con pendenza superiore al 20 percento oppure un’altimetria media di almeno 400 metri; un’altitudine massima pari o superiore a 1.200 metri. L’introduzione dei nuovi parametri ha portato da 227 a 200 il numero dei paesi montani abruzzesi, ma poteva andare peggio: nella prima versione della norma gli esclusi erano quasi 50.

Un compromesso rivendicato come una vittoria dal ministro leghista perché ottenuto all’insegna del dialogo e con «l’approvazione delle Regioni, tacitamente anche da quelle d’opposizione», ma che apparentemente scontenta tutti: i sindaci dei comuni esclusi implorano il governo di ripensarci, quelli dei «veri» paesi montani chiedono di dare ancora più rilevanza all’altimetria. In mezzo a questo fuoco incrociato, il ministro prova a schivare i colpi e a rassicura: «Abbiamo lasciato ampia autonomia alle Regioni: saranno loro a scegliere a chi dare i fondi».

Ministro, dopo 5 mesi siete riusciti a trovare la quadra sul decreto Montagna. È soddisfatto del risultato?

«Un risultato raggiunto dopo aver lavorato su centinaia, forse migliaia di variabili per arrivare alla versione definitiva».

Eppure tra gli amministratori è montata la protesta.

«Sa da chi è stata scritta la legge? Da una commissione tecnica composta da tre esponenti per le Regioni, due per l’Anci e uno per le Province. La proposta che ho portato in Conferenza è stata scelta tra le varie ipotesi in campo dalla maggioranza dei componenti».

Vi hanno accusato di portare avanti una legge calata dall’alto.

«Con l’Anci il dialogo è stato costante, l’Upi ci ha dato l’ok e le Regioni lo stesso».

Anche con quelle governate dall’opposizione, che hanno votato in maniera contraria?

«Sono le stesse che hanno anche deciso di lasciar decorrere i tempi per bloccare l’approvazione della norma. Ci sono stati diversi incontri in cui ho chiesto personalmente di presentare delle proposte migliorative. Mi hanno risposto: “Più di così non si poteva fare”».

Allora proviamo a spiegare cosa è stato fatto?

«Abbiamo stabilito 4 classi di parametri per i comuni montani, ma la ripartizione dei fondi del Fosmit dipenderà dal criterio che si intende valorizzare».

Chi lo sceglierà?

«Le Regioni: abbiamo lasciato libertà di movimento per coordinarsi autonomamente e presentare una proposta condivisa sul parametro da premiare rispetto agli altri».

I paesi esclusi temono le conseguenze dell’esclusione dalla classifica dei paesi montani.

«Meglio chiarire questo punto: con un apposito emendamento (firmato dal leghista Molinari, ndr) abbiamo previsto la possibilità per le Regioni di ripartire i fondi del Fosmit facendo riferimento anche alla classifica del 1952».

In pratica, tutto ricade sulle spalle delle Regioni.

«Sarà loro responsabilità scegliere se usare quei fondi per i comuni montani o anche per le aree interne. Aggiungo un altro punto: finché le Regioni non aggiornano la normativa, le agevolazioni previste continueranno a essere applicate anche a quelli che oggi sono esclusi».

Ma se diminuisce il numero dei comuni montani, non diminuiscono anche i fondi del Fosmit?

«Dipende dal parametro che le Regioni decideranno di valorizzare».

Quindi non diminuiranno i fondi del Fosmit?

«Assolutamente no. Prima del 2021 nel fondo per la montagna c’erano pochi spiccioli. Da quando il centrodestra è al governo, le risorse annue sono salite a 200 milioni: il 55% serve per la legge della Montagna e il resto per le risorse».

Se le Regioni avranno ampia autonomia e, potenzialmente, nulla potrebbe dover cambiare per i comuni esclusi, perché fare questa legge?

«Per affrontare davvero i problemi che vivono i comuni montani. Parlo di spopolamento, carenza di servizi, collegamenti. Il fatto è che le risorse, anche se sono aumentate, rimangono limitate. Se devo dividere questi fondi tra 4mila comuni non riesco a incidere, ma se li riservo a chi veramente ne ha bisogno riesco a garantire servizi essenziali come sanità, scuola, famiglia, attività di impresa».

La classificazione del 1952 andava revisionata?

«Può essere che nel 1952 – negli anni dopo la guerra e i bombardamenti – potesse aver senso assimilare i comuni montani alle aree interne, ma oggi posso trovarmi città come Bologna – altitudine media di 67 metri – o Roma – 97 metri – come tra quelle semimontane? Con quelle dimensioni e quei numeri? Mi pare evidente che i fondi così si disperdano. Un danno per chi di quei soldi ha davvero bisogno».

Ci sarà un’ulteriore scrematura tra i comuni montani?

«Vareremo un secondo decreto per distinguere i comuni montani a cui devono essere destinati i fondi da quelli che non ne hanno bisogno. Perché a Sestriere, che è un comune ricco, non c’è necessità di ricevere i fondi per la montagna».

Quello del reddito medio sarà l’unico criterio di distinzione?

«Dobbiamo pensare come indirizzare bene le risorse. Se un comune montano ha già collegamenti, ospedale, scuola e reddito pro capite di un certo tipo, allora forse si può agire in modo diverso».

Ci sono altre leggi in programma nel prossimo futuro?

«Vengo proprio adesso da una riunione con i miei collaboratori sulle aree interne. Rispetto al fondo della montagna qui ci sono risorse spaziali».

Di quanto parliamo?

«Almeno un miliardo di euro a cui vanno aggiunti più di 300 milioni dal Pnrr. Il problema è che oggi ne sfruttiamo un quarto. Dobbiamo trovare un modo per semplificarne l’utilizzo».

Un’ultima domanda: come ha ricordato, alla base di tutta la discussione sul suo decreto ci sono la paura degli amministratori nei confronti dello spopolamento, un problema condiviso tanto da aree interne e montane. Come pensate di poter invertire la rotta?

«Sappiamo come funziona: la gente resta in queste aree se ha la possibilità di essere curata, di mandare i figli a scuola senza dover affrontare viaggi della speranza ogni giorno. Dobbiamo anche pensare a forma di incentivi della natalità per convincere le persone a costruire una famiglia in montagna».

Quanto pensa che servirebbe?

«Più o meno 500 euro in più per bambino nato in montagna rispetto al bonus statale già in vigore».