Fratricidio di Pettino, omicida a processo

27 Febbraio 2026

A maggio sarà la Corte d’Assise a decidere sulla sorte di Davide Lanciani che un anno fa investì e uccise il fratello Stefano

L’AQUILA. Rinvio a giudizio per Davide Lanciani, il 56enne ex dipendente della Thales Alenia Space dell’Aquila accusato dell’omicidio volontario del fratello Stefano, 59 anni, professore all’istituto Amedeo D’Aosta. Lo ha deciso il gup Giulia Colangeli che ha accolto la richiesta del pubblico ministero Roberta D’Avolio all’esito dell’udienza preliminare celebrata ieri a palazzo di giustizia dell’Aquila. Respinta, invece, la richiesta di rito abbreviato avanzata dai difensori del 56enne, gli avvocati Antonio e Francesco Valentini. L’11 maggio, in Corte d’Assise, si aprirà quindi il processo per il cosiddetto fratricidio di Pettino, uno dei delitti più efferati che le recenti cronache cittadine ricordino. L’imputato, tenuto conto delle aggravanti a lui contestate, rischia l’ergastolo. Il delitto avvenne nella tarda mattinata del 25 marzo 2025, quando vittima e imputato, ognuno alla guida della propria autovettura, si trovarono entrambi a percorrere via Peltuinum, breve bretella di collegamento tra i quartieri di Pettino e Santa Barbara.

È lì che si consumò l’azione omicidiaria, con l’imputato che in un primo momento speronò l’auto del fratello al punto da costringerlo ad arrestare la marcia. Poi, una volta scesi dai rispettivi veicoli, lo affrontò corpo a corpo armato di martello, fino a tramortirlo dopo averlo colpito prima a una spalla, poi alla testa. Quindi l’orrore dei ripetuti investimenti, anche in retromarcia. Saranno cinque, in tutto, i passaggi delle ruote della Volkswagen bianca in uso all’imputato sul corpo di Stefano Lanciani, poi sbalzato in una stradina sottostante, e ancora una volta schiacciato dall’auto del fratello. A interrompere l’azione omicidiaria furono due finanzieri liberi dal servizio, che bloccarono il 56enne fino all’arrivo dei carabinieri.

Stefano Lanciani venne poi trasportato d’urgenza al San Salvatore, dove però spirò poco dopo. Troppo gravi i traumi da schiacciamento riportati. A inchiodare l’assassino, oltre alle testimonianze di chi ha assistito a quell’esecuzione, i cinque video girati dal telefonino di un pakistano, alla guida di una terza auto coinvolta nel tamponamento, che nulla aveva a che vedere con vittima o carnefice. Saranno proprio quei frame, della durata complessiva di quasi otto minuti, a costituire la prova regina della sua colpevolezza. Moglie e figlio della vittima, rappresentati dall’avvocato Luca Silvestri, si sono intanto costituiti parte civile.

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