Una vita sotto canestro. Malì Pomilio: «Il basket è famiglia»

La mamma di Simone Fontecchio si racconta tra la serie A e l’esempio di papà Vittorio
PESCARA. Una famiglia cresciuta a pane e basket, capace di scrivere pagine memorabili della pallacanestro italiana attraverso una passione che si tramanda di generazione in generazione. Amalia Malì Pomilio sa come si vince e cosa vuol dire portare il nome dell’Abruzzo in tutto il mondo, avendo preso il talento dal padre Vittorio, uno dei pionieri del basket abruzzese negli anni Cinquanta e Sessanta, e avendolo poi trasmesso ai figli Luca e, soprattutto, Simone Fontecchio, unico italiano al momento in Nba che quest’estate tornerà a Pescara per inaugurare il campetto da basket Florida intitolato proprio a nonno Vittorio. Pomilio ha rappresentato la generazione dorata capace di portare il Pescara femminile in serie A, prima di vincere due Scudetti col Vicenza oltre a 119 presenze con la maglia della Nazionale. Oggi si dedica alla disciplina del Nordic Walking, ma resta intonso il legame con la palla a spicchi.
Pomilio, ha avuto modo di seguire l’apoteosi delle Panthers Roseto in serie A1?
«Assolutamente si, stanno facendo un lavoro bellissimo perché non sono andate in cerca di giocatrici affermate, ma si stanno affidando ad un tecnico bravo e preparato che ha costruito un progetto con senno. Ho visto la loro ultima gara in casa e mi ha impressionato tanto Ustby, sempre concreta e utile. Speriamo che questo entusiasmo duri a lungo».
Guardando al basket femminile di oggi, è più facile aprire un ciclo rispetto alla sua epoca o no?
«Penso di no. Oggi è complesso portare avanti un progetto a lungo termine perché le praticanti sono sempre meno. Se una società storica come Sassari che si è salvata in A1 decide di ripartire dall’A2, come Ragusa due anni fa, fa capire quanto sia difficile andare avanti. Ed è un paradosso in quanto, mentre la Nazionale ci regala tante soddisfazioni tra il bronzo all’Europeo e il ritorno al Mondiale, l’altra faccia della medaglia è che in serie A non ci sono nemmeno 12 squadre. È davvero triste. All’epoca del Pescara, c’erano almeno 16 formazioni con un’ossatura italiana, oggi i club puntano sulle straniere non avendo profili sufficienti per competere ai massimi livelli. Ecco perchè il mondo Panthers è un’oasi che spero possa andare avanti seguendo la politica dei piccoli passi».
Per lei l’esordio in prima squadra è avvenuto da giovanissima, in un gruppo quasi interamente formato da ragazze pescaresi.
«Nel 1977 sono entrata in prima squadra con un pizzico di fortuna per sopperire agli infortuni di alcune mie compagne. Ma già nel 1991, quando tornai a Pescara con la Pitagora, di pescaresi eravamo solo tre. La società aveva grandi ambizioni e nel secondo anno giocammo anche la Coppa Ronchetti. Diciamo che in quel lasso di tempo ci fu un’evoluzione».
La passione per il basket è marchiato a fuoco sulla sua famiglia. Quanto è stato importante l’esempio di suo padre Vittorio per avvicinarsi a questo sport?
«Qualche giorno fa mi hanno chiesto di definire la pallacanestro ed io ho risposto che per me è famiglia. È sempre stata una passione che ho cercato di cavalcare fin quando gli impegni di famiglia l’hanno reso possibile. Sono stata fortunata ad esordire a 14 anni col Pescara, aprendomi le porte verso le Nazionali giovanili. È stato un percorso graduale e bello che mi ha permesso di vivere l’emozione della serie A con la squadra della mia città. Poi, quando il Pescara è retrocesso, avevo voglia di rimettermi in gioco ed è arrivata la chiamata del Vicenza. Che soddisfazione i due Scudetti di fila».
Il ricordo più bello della sua carriera?
«In Nazionale non avevo un ruolo come quello di Simone con l’Italbasket, entravo sempre dalla panchina. Eppure mi ricordo il pre-olimpico in Malesia nel 1988 dove abbiamo sfiorato la qualificazione per i Giochi di Seul. Quella era un’epoca in cui l’URSS e la Jugoslavia unite dettavano legge, quindi era difficile imporsi. Invece di Vicenza ricordo il primo anno, in cui sono partita in sordina e ho chiuso la stagione da titolare con un ruolo importante».
Per lei è stato più difficile giocare in quanto figlia di Vittorio Pomilio o seguire l’ascesa a distanza di suo figlio Simone?
«Ho lasciato Pescara che avevo 26 anni e colsi l’occasione di Vicenza come un’opportunità per farmi un’esperienza lontano da casa, vivendo in modo più autonomo. Invece veder partire sia Luca che Simone rispettivamente a 16 e 14 anni è stata una mazzata per una mamma (sorride, ndr). In realtà è stata una scelta mia e del mio ex marito Daniele farli andare via perchè Pescara non offriva loro grandi chances sportive, però è stato difficile restare a distanza, nonostante l’avessimo voluto in primis noi genitori. Dico sempre ai miei figli che sono stata fortunata ad avere avuto una vita da atleta professionista, girando il mondo, conoscendo tante persone e formandomi con lo sport che amo. Poi ci sono anche i contro e me ne rendo conto ogni mattina quando sento gli acciacchi fisici (ride, ndr)».
Ora Simone è lo sportivo abruzzese più importante del mondo, l’unico italiano in Nba. Eppure in estate gli scade il contratto con Miami.
«Il suo utilizzo è stato determinato dalle assenze dei titolari, sicuramente si è messo in mostra e, cosa più importante, la città di Miami ha saputo conoscerlo davvero, nella sua sfera anche umana. Infatti so che vorrebbe restare in città, anche perchè la moglie e le figlie si trovano bene lì. Purtroppo però è consapevole di non essere padrone del suo futuro perchè il mercato segue le logiche economiche e del business che non hanno nulla a che vedere col basket. Basti pensare ad alcuni suoi compagni di squadra con contratti milionari e pluriennali che restano in panchina. Poi va detto che ha 30 anni, la carriera non dura in eterno».
Si parla di un ritorno in Eurolega dove sarebbe un giocatore di primissima fascia.
«È vero, forse al momento vuole ancora giocarsi le sue carte in America, ma sono decisioni che sta prendendo anche con la famiglia».
Da nonna, vede una quarta generazione di Pomilio-Fontecchio con la palla a spicchi tra le mani?
«Mia nipote più grande Bianca è una bambina sveglia, Simone mi ha mandato alcune sue foto mentre prova a tirare a canestro, ma so che al momento il basket non l’entusiasma. Questa volta non sono io il genitore che prova ad indirizzarla verso questo sport (ride, ndr). Se dovesse dirmi “nonna, mi insegni a giocare” sarei subito disponibile, l’importante è che faccia ciò che le piace».
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