Il curriculum non basta più: quando odio e offese social possono costare un lavoro

24 Febbraio 2026

Oltre sette aziende su dieci “spiano” i profili durante il processo di selezione. Il 41,8% di imprese interpellate evidenzia il peso che una scarsa responsabilità civica o sociale riveste sulle scelte

L’AQUILA. Un commento di troppo sotto un post, dichiarazioni estremiste di stampo politico o religioso. Persino una semplice foto, che indica gusti e preferenza su vacanze, sport e tempo libero. Tutto passato al setaccio. Attenzione: ciò che si pubblica sui social può costare un posto di lavoro. Un curriculum professionale di alto profilo, con tanto di titoli accademici e master, non basta più. Le aziende per assumere guardano ben oltre, spulciando nella giungla variegata dei portali e dei social. E se lo storico lavorativo ha un peso, lo hanno a pari merito quella miriade di contenuti che, quotidianamente, vengono riversati sulle piattaforme e che possono risultare non adatti al ruolo offerto minando la credibilità professionale.

Secondo una ricerca del portale Indeed, aumenta il numero di datori di lavoro che, durante il processo di selezione, analizzano i profili social dei candidati: con la pubblicazione in rete, infatti, le informazioni diventano di dominio pubblico e possono fare la differenza nella selezione dei dipendenti. Oltre sette imprenditori su 10, ben il 73%, dichiarano di passare al setaccio foto, video e post condivisi in rete per recuperare informazioni ulteriori rispetto a quelle ricavate dal curriculum vitae o da un colloquio preliminare: per i selezionatori fidarsi del resoconto sulle attività professionali svolte in passato è un punto di partenza, ma non basta.

Quasi quattro “recruiters” – chi si occupa delle selezioni del personale – su 10 (36,9%) compiono un passaggio secondario sui social per verificare se le qualifiche e le esperienze riportate nel curriculum rispondono al vero. Oltre alla conferma sulle informazioni, la valutazione del profilo serve per farsi un’idea più precisa sulla personalità del candidato: il 27,1% dichiara di analizzare in modo approfondito i vari interessi della persona condivisi in rete.

Limitando il campo allo storico lavorativo, un candidato potrebbe risultare idoneo alla posizione, ma per il 15% dei datori risulta, invece, importante valutare tramite i social se la risorsa possa trovarsi in armonia con l’ambiente e la cultura dell’azienda. Ed ecco che i social, spesso utilizzati con nonchalance come vetrina pubblica in cui condividere informazioni personali, momenti in famiglia o con gli amici, esperienze politiche o di lavoro e tutto quanto può stimolare la nostra fantasia, si trasformano in un'arma a doppio taglio.

A dirlo sono i numeri: stando all’indagine del portale Indeed, sette datori di lavoro su dieci ammettono di aver deciso di interrompere il processo di selezione dopo aver visualizzato contenuti social non adatti al ruolo offerto. Tra i fattori che determinano la fine della valutazione spiccano, innanzitutto, dati che non corrispondono con quanto dichiarato nel curriculum vitae. Per il 41,2% dei datori i social fungono da “cartina al tornasole” e la presenza di informazioni non coerenti con la candidatura porta in automatico ad una riconsiderazione del potenziale lavoratore. Il 41,8% di aziende interpellate evidenzia il peso che una scarsa responsabilità civica o sociale riveste nella scelta del profilo. Rilevante è anche la quota di imprenditori, il 37,3%, che interrompono la selezione perché vedono comportamenti diffusi in rete, anche conseguenza di situazioni private, che potrebbero suggerire una scarsa professionalità, una volta assunto l’impiego. Quasi un recruiter su tre (il 30,7%) opta, poi, per lo stop nel caso in cui vengano pubblicati contenuti offensivi o discriminatori. Il monitoraggio riveste, oggi, un ruolo fondamentale per associare “un volto” alle informazioni riportate sul curriculum. «Da un lato, i datori di lavoro usano i social per cercare un aggancio umano, per vedere l'autenticità e la passione che un curriculum non sempre riesce a trasmettere», sottolinea Gianluca Bonacchi, talent strategy advisor della piattaforma Indeed per la ricerca di impiego. È così che il profilo social diventa un vero e proprio “biglietto da visita” dal punto di vista occupazionale. I datori di lavoro prestano grande attenzione ai segnali che minano la fiducia, come la contraddizione tra ciò che si dichiara e ciò che si mostra. Per i candidati, la presenza online può essere considerata parte integrante del proprio profilo complessivo: coerenza e attenzione ai contenuti pubblicati restano elementi rilevanti quando si è in cerca di occupazione. Ma anche quando un lavoro lo si ha già. In un Paese come l’Italia, che a gennaio 2025 contava 42,2 milioni di utenti social, pari al 71,2% della popolazione, la presenza online diventa l’estensione dell’identità professionale.

La verifica delle aziende a caccia di dipendenti non si limita, però, alla ricerca di elementi negativi: si utilizzano piattaforme come Linkedin per controllare esperienze lavorative, certificazioni e referenze, analizzando anche il modo con cui il candidato comunica o si posiziona pubblicamente. Valori, stile relazionale e tono dei contenuti contribuiscono alla valutazione del cosiddetto “cultural fit”, l’allineamento tra persona e organizzazione.