Il miracolo dell’autostrada riaperta e quegli eroi del Tronco 7 Pescara

Lo dico subito: la mia ossessione sono i birilli. Quando trovo i birilli di notte, per chilometri, senza nessuno che lavora, come tutti gli italiani vorrei sparare
PESCARA. Benedetto fu l’“uomo del tronco”, e adesso vi spiego perché. Ci sono giorni, in Italia, in cui accadono miracoli come quello che sto per raccontarvi. Ci sono giorni in cui tutto in questo paese tutto sembra perduto, e invece – improvvisamente, anche se pare impossibile – si accende la luce. Ci sono giorni lunghi, senza tempo, giorni di fiato sospeso e piccoli-grandi gesti eroici, giornate come ieri. Vi ricordo per un momento come eravamo messi.
Il giorno della frana di Petacciato, la frana degli Abruzzi che aveva diviso l’Italia in due, quello della cicatrice che si era riaperta fratturando in due la dorsale del Mar Adriatico, ci eravamo risvegliati con le mani nei capelli: binari di acciaio deformati come se fossero di plastilina. Cose infinite. Percorsi alternativi congestionati. La statale 16 come se fosse bombardata. Il manto bituminoso dell’autostrada Adriatica era sgretolato e fessurato come per un maremoto. A caldo ci dicono: forse non basterà un mese, per ripartire. Pensi: se dicono un mese non ne basteranno due, perché spesso in questo Paese funziona così. Fai di conto e capisci che in due mesi siamo a giugno: vacanze in fumo, micro e macro-economie che si volatilizzano nel nulla. Poi, però, martedì parlo – in maniera informale – con gli uomini di Autostrade: «È chi lo ha detto? Noi ci stiamo già preparando. I nostri sono già sul campo, al lavoro».
I nostri sono il responsabile del Tronco di Pescara, la sua squadra di tecnici. La frana non era ancora finita, e loro stavano già facendo il sopralluogo lungo la linea frastagliata della crepa. Per qualche centinaio di metri la competenza spettava alla squadra abruzzese, tronco 7. Ci sono quelli dell’Unità tecnica, i rattoppatori designati, e ci sono quelli dell’esercizio, che costruiscono le condizioni di sicurezza per far lavorare le squadre. Riparlo (ed era mercoledì) con la mia fonte romana di Autostrade: i sopralluoghi – mi dice – sono andati meglio del previsto: il responsabile del Tronco ci racconta che è ottimista, forse ci vogliono solo dei giorni. E così scopro che l’Italia era nelle mani di un giovane dirigente nato a Roma e trapiantato a Pescara: il suo nome è Christian Tucciarone. Qui dovete sapere che come tutti i giornalisti sono molto curioso, e anche un po’ rompipalle.
Percorro in macchina l’Adriatica di continuo, da nord a sud, e applico sempre la massima del mio maestro Francesco Merlo: «Questo mestiere si compone di due attività: stare a sedere e andare a vedere». Il che, nel caso della martoriata Adriatica, che da anni è un cantiere infinito, significa decine di video girati e inviati per segnalare tanti intoppi, cantieri, disagi. Lo dico subito: la mia ossessione sono i birilli. Quando trovo i birilli di notte, per chilometri, senza nessuno che lavora, come tutti gli italiani vorrei sparare. Così giovedì mattina, quando scopro che l’intervento di emergenza del tronco è iniziato, con l’ispettore delle vendite del Centro Sandro Perilli, partiamo: «Vediamo come stanno lavorando». Ebbene: arriviamo alle 12, e restiamo di stucco: l’A14 non è più interrotta, il tratto in direzione sud che stavamo percorrendo (da Pescara verso la Puglia) era già completamente ripristinato. Miracolo. Mi metto a inseguire il famoso responsabile del Tronco 7 Pescara. Scopro che Tucciarone ha 52 anni, è in Autostrade da sedici. È romano, ma da cinque anni si è trapiantato in Abruzzo.
Tuttavia non lo trovo subito: ha lavorato tutta la notte, ha finito alle 12 del giovedì, ma si è già chiuso in riunione per programmare l’intervento di questa notte (quella tra giovedì e venerdì) e riaprire anche la corsia nord, quella che dalla Puglia corre verso l’Abruzzo, le Marche, il settentrione. La riunione sembra essere infinita. Alle sette di sera finalmente lo intercetto. È un uomo asciutto, molto serio, parla senza fronzoli e non si concede neanche un sorriso. Forse anche per questo, per contrario, il suo mi pare un racconto epico. Eccolo: «Abbiamo iniziato ieri, dopo pranzo, alle 15. Eravamo già pronti, ma abbiamo dovuto attendere il momento in cui i geologi ci hanno detto che il movimento franoso si era arrestato». Pausa. «Siamo scesi in campo, a quel punto, ed eravamo cento. Cento persone, intendo, tra maestranze, ispettori, squadre, tecnici e lavoratori di ogni ordine e grado».
Pausa. «Abbiamo mosso quaranta mezzi tra pesanti e leggeri. La strada era colpita in più punti. Abbiamo iniziato alle 15, e non abbiamo mai fermato il cantiere, neanche per un minuto». Tucciarone spiega che il piano di azione era stato preparato per alternare senza interruzione tutti i lavoratori impegnati nei compiti di fatica. Una impresa bituminosa. Gli altri hanno fatto un’unica tirata, fino alle 12. Sembra il bilancio di una battaglia napoleonica. E lo è: «Il fronte nord era lesionato per 750 metri. Il tratto in direzione sud per 1.050. È il lavoro che ci attende adesso». Manca qualche minuto della mezzanotte tra il 9 e il 10 aprile – il giorno del mio compleanno – quando, percorrendo quei mille metri, incontriamo di nuovo le luci intermittenti e la squadra di nuovo al lavoro. Nella notte, uno spettacolo. Erano le 20 di ieri quando avevo chiesto a Tucciarone: «Quando riaprirete?». Neanche in quel caso si era lasciato sfuggire un sorriso: «Entro domani (oggi per voi che leggete, ndr) sarà percorribile anche la carreggiata nord». Un record.
Solo ai tempi dell’alluvione dell’Emilia si erano raggiunti questi tempi da primato. Mentre siamo arrivati allo svincolo di Pescara Ovest, quello che ci riporta al Centro, Sandro e io non finiamo più di parlare di queste lucine gialle intermittenti, in stile albero di Natale nella notte, di quei cento uomini, dei fumi del bitume, dei rulli, di quelle squadre al lavoro rischiando la pelle, sbandierando, e facendo di corsa perché l’Italia deve tornare una. È un miracolo, ma come l’uomo del tronco: un miracolo senza sorrisi. Senza pifferi e senza fanfare. Senza neanche il tempo di una foto o di un brindisi. Forse per questo ci piace molto. E allora il calice lo leviamo noi: viva i cento anonimi del tronco 7. Il nostro lavoro e le nostre vacanze sono salve grazie a loro.
@RIPRODUZIONE RISERVATA

