Intervista al Prefetto Della Cioppa: «Il governo usa la paura: così la sicurezza non è garantita»

L’ex questore di Roma: l’ordine pubblico piegato alle esigenze politiche del momento
PESCARA
Prefetto Della Cioppa, otto decreti sicurezza varati in quattro anni e oltre sessanta nuove fattispecie di reato introdotte: alla prova dei fatti, gli interventi legislativi del governo guidato da Giorgia Meloni si sono rivelati efficaci?
«Se per efficacia intendiamo prevenire i reati, individuarne i responsabili e garantire la certezza della pena, da tecnico ritengo che le promesse elettorali di riportare ordine e sicurezza siano rimaste largamente disattese. Non nego l’utilità di alcune misure ma contesto l’idea che aggravare le pene significhi governare la sicurezza».
Entri più nel dettaglio.
«Si legifera in pochi giorni, sull’onda di fatti gravi, per mostrare fermezza, senza una seria programmazione di organici, formazione, mezzi, uffici giudiziari e strutture carcerarie. Manca soprattutto una politica capace di garantire la certezza del diritto. L’efficacia si misura nelle strade e nei tribunali, non contando gli articoli approvati».
Il pescarese Mario Della Cioppa, prefetto in pensione, ha 40 anni di carriera operativa alle spalle. E può rispondere alle domande del Centro disponendo di un osservatorio privilegiato, forte dell’esperienza maturata da questore di Roma, Catania, Foggia, Ascoli Piceno-Fermo e Alessandria, ma anche da dirigente di polizia sempre in prima linea su strada.
Sul piano operativo, gli ultimi provvedimenti presentano concrete difficoltà di applicazione?
«Gli inasprimenti delle pene non incidono direttamente sul piano operativo. Altre misure, invece, richiedono più investigatori, reparti specializzati e strutture giudiziarie adeguate. Senza questi interventi, norme pensate per rafforzare la sicurezza rischiano di aggravare il lavoro di apparati già in difficoltà. Ma qualcuno ha ascoltato chi dovrà applicarle, verificando le risorse necessarie? La risposta è nell’articolo 9 dell’ultimo decreto».
Ovvero?
«È l’articolo che prevede l’invarianza finanziaria: nuovi compiti con gli stessi uomini e mezzi. Eppure si stanziano quasi cinque milioni di euro per impiegare 500 militari a Milano, risorse che avrebbero potuto contribuire al potenziamento delle forze di polizia. Come si può pretendere maggiore sicurezza senza investire negli strumenti necessari, scegliendo invece di destinare quelle somme a un impiego militare che non risolve le carenze strutturali?».
Ritiene che, dopo il varo di otto decreti sicurezza, gli spazi di libertà dei cittadini ne escano ridimensionati?
«Sinceramente non vedo una simile compressione. Il rischio esiste quando si ampliano poteri preventivi senza presupposti sufficientemente precisi e controlli effettivi. Non si può sostenere che ogni nuova misura di rigore limiti automaticamente le libertà: lo Stato ha il dovere di proteggere i cittadini e di impedire la violenza. Ma, in una democrazia, sicurezza e libertà si garantiscono insieme».
Dunque, va evitato un muro contro muro.
«Un intervento di polizia deve avere una base legale, essere necessario e proporzionato, e poter essere verificato. Il problema non si risolve contrapponendo chi chiede sicurezza a chi difende i diritti. Sono due esigenze che lo Stato deve saper conciliare. Una legislazione scritta sull’onda dell’emozione, invece, rischia di creare incertezza anche per gli stessi operatori che devono applicarla».
Concentriamoci sull’ultimo provvedimento, ribattezzato decreto «anti-maranza». Condivide il timore di chi ravvisa il rischio di criminalizzare i giovani in quanto tali?
«Il rischio esiste se si finisce per considerare l’origine, l’abbigliamento o l’appartenenza presunta a un gruppo come indici di pericolosità. La responsabilità penale è personale: si perseguono comportamenti, non categorie di giovani».
Che ne pensa di rivedere la disciplina dell’imputabilità dei minori?
«Sono favorevole a valutare una modifica, ma guai a generalizzare: accanto a una minoranza che delinque ci sono tantissimi giovani che rappresentano il nostro futuro. Non posso non richiamare le recenti parole del Capo dello Stato, che ha invitato a non guardare ai giovani con indifferenza o sottovalutazione, sollecitando una visione ampia, capace di affrontarne il malessere e l’insicurezza per il futuro. È una grande questione sociale: periferie abbandonate, carenze educative, difficoltà d’integrazione e mancanza di opportunità non si affrontano soltanto con il codice penale. Se lo Stato interviene quando il disagio è già diventato violenza, è arrivato troppo tardi».
Quali errori si stanno commettendo oggi nella gestione dell’ordine pubblico durante le manifestazioni di piazza?
«Ho diretto cinque questure, dalla più piccola alla più grande, Roma. Questa esperienza mi consente di affermare che, al netto degli errori tecnici, sempre possibili e da valutare caso per caso, il problema più grave è l’ingerenza della politica nelle scelte operative. Le strategie di ordine pubblico nascono da valutazioni collegiali, nelle sedi istituzionali previste, dove prefetto, questore e vertici delle forze di polizia esaminano rischi, risorse e tutela dei diritti. Non possono essere piegate alle convenienze politiche del momento».
Può fare degli esempi?
«I recenti casi di Bologna e Torino mostrano quanto possa essere pericoloso questo meccanismo: si condizionano o si delegittimano le decisioni tecniche e, quando qualcosa va storto, si cerca l’anello debole su cui scaricare le responsabilità. Troppo spesso quell’anello è il questore. La politica dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, anziché cercare di salvarsi sacrificando chi è chiamato a garantire la sicurezza dei cittadini quasi sempre senza contare su numeri adeguati di personale».
In che modo andrebbe ripensato il modello di gestione delle piazze?
«Occorre rafforzare la capacità di distinguere e tutelare chi manifesta pacificamente da chi approfitta dei cortei per compiere violenze. Per riuscirci non bastano le rituali dichiarazioni di solidarietà del giorno dopo, né nuovi decreti. Servono organici adeguati, oggi insufficienti, nei settori investigativi e dell’intelligence, reparti specializzati, senza dover ricorrere all’Esercito, mezzi e un’organizzazione logistica capace di sostenere interventi efficaci. Ritengo inoltre necessaria una revisione delle procedure operative».
Perché questo bisogno?
«Le forze di polizia devono poter proteggere persone, attività commerciali e beni pubblici dalle devastazioni, tutelando al contempo l’incolumità degli operatori, troppo spesso esposti ad aggressioni quando prevale una logica di contenimento passivo, anche di fronte a violenze in atto. Alla politica spetta garantire risorse, indirizzi chiari e strumenti adeguati, assicurando che l’operato di poliziotti, carabinieri e finanzieri sia valutato sulla base dei fatti e della legge, non delle polemiche del giorno dopo. Tutto questo, sul piano politico, continua miseramente a mancare».
Qual è stata la sua reazione nel vedere i blindati Lince schierati sotto il Duomo di Milano?
«Ma anche alla stazione di Roma. Non ho nulla contro quei mezzi né contro i militari, ai quali riconosco professionalità e contributi straordinari, soprattutto nella protezione di obiettivi sensibili, nelle aree interdette e nelle emergenze. Ma la presenza di un blindato militare in una piazza, al di fuori di specifiche esigenze di protezione, rischia di trasmettere un’immagine di sicurezza affidata alla forza anziché alla capacità di prevenzione e controllo del territorio. Non può, comunque, essere considerata una strategia di sicurezza urbana».
Insomma: tocca ad altri svolgere questi compiti.
«Pattugliare quartieri e gestire relazioni quotidiane con i cittadini richiede formazione, competenze, attribuzioni e regole operative proprie delle forze di polizia, diverse da quelle dei militari. L’Esercito non può essere la risposta ordinaria a organici di polizia insufficienti. Il punto non è criticare chi esegue un servizio, ma chi pensa di sostituire con un’immagine di forza una programmazione mancata. E, per l’esperienza maturata lavorando a lungo accanto ai militari, so che questo tipo di impiego suscita perplessità anche tra loro. Perplessità che, per disciplina e senso del dovere, difficilmente manifesteranno pubblicamente. E allora lo dico io: le loro competenze sono preziose, ma la loro missione è diversa da quella della polizia».
Per il prossimo fine settimana sono previste nuove mobilitazioni e si teme l’azione di infiltrati violenti nei cortei sindacali. Quanto è concreto il rischio di assistere nuovamente alle scene viste nei giorni scorsi?
«Il rischio non va sottovalutato, ma non sarebbe serio attribuirgli oggi una percentuale o dare per certa la presenza di infiltrati. La valutazione dipende da informazioni aggiornate, capacità di mobilitazione dei gruppi violenti, itinerari, obiettivi sensibili e risorse disponibili, nonché dalla capacità di prevenire i contatti tra gruppi violenti e manifestanti pacifici. Senza informazioni specifiche non sarebbe serio prevedere nuovi disordini. Mi auguro che la politica, di qualsiasi colore, ascolti chi conosce questi problemi sul campo, analizzi la mancata attuazione di una seria politica sulla sicurezza e smetta di cercare capri espiatori senza interrogarsi sulle cause dei disordini».
L’introduzione del nuovo fermo preventivo può produrre effetti positivi concreti sul fronte della sicurezza?
«Non contesto a priori l’utilità della misura, ma ne pongo seriamente in dubbio l’applicabilità nelle manifestazioni di piazza».
A cosa si riferisce, più nello specifico?
«Trattenere anche solo venti o trenta persone, ora pure minorenni, per dodici ore significa sottrarre decine di operatori alla piazza, impegnandoli nella vigilanza, negli adempimenti e nella tutela di persone private della libertà. Senza escludere che gli stessi fermi possano alimentare ulteriori tensioni. Restano, naturalmente, imprescindibili le garanzie costituzionali. Fuori dalle manifestazioni, dove non occorre contemporaneamente presidiare una piazza, la misura potrebbe essere più gestibile, pur richiedendo personale e garanzie adeguate. Mi chiedo se, prima di introdurre questa norma, qualcuno abbia consultato i questori per verificarne la concreta fattibilità e le risorse necessarie».
Lei è sempre rimasto estraneo a connotazioni ideologiche e non ha mai manifestato l’intenzione di scendere in politica. Dal suo osservatorio indipendente, che cosa stanno sbagliando destra e sinistra?
«Vedo responsabilità in stagioni politiche diverse. Una parte ha spesso affrontato la sicurezza con diffidenza verso l’autorità dello Stato e, sull’immigrazione, ha privilegiato il tema dell’accoglienza senza dedicare sufficiente attenzione alla capacità di integrare e governare i processi sociali».
E l’altra parte politica?
«Ha fatto di ordine e fermezza il proprio credo e principale impegno elettorale. Proprio per questo le si deve chiedere conto, dopo anni di governo, della distanza tra annunci e interventi strutturali. Non bastano nuovi reati, solidarietà agli agenti dopo ogni aggressione o militari nelle strade. Servono programmazione, organici, giustizia efficiente, carceri e prevenzione sociale. La mia critica non nasce da appartenenze politiche: nasce dalla distanza, che ho visto sul campo, tra ciò che si promette e ciò che si può realmente fare e dall’utilizzo della paura troppo spesso evocata per giustificare una legislazione emergenziale. Nell’arco di un’intera legislatura ci sarebbe stato tutto il tempo per elaborare una politica seria in tal senso e anche per iniziare a vederne i primi effetti».
L’attuale organico delle forze di polizia è adeguato alle reali necessità del territorio?
«Assolutamente no. Ed è semplicistico sostenere che in Italia le forze di polizia siano numericamente superiori a quelle di Francia e Germania. Il confronto deve considerare le diverse realtà criminali: mafia, camorra, ’ndrangheta e quarta mafia foggiana impongono esigenze operative particolari. I numeri parlano chiaro».
Li illustri.
«Nel novembre 2025 il ministero dell’Interno ha comunicato al Parlamento che la Polizia di Stato contava 96.508 operatori a fronte di un organico previsto di 109.321: una carenza di 12.813 unità, pari a circa l’11,7%».
Anche le altre forze di polizia non se la passano meglio.
«Esatto. Mancavano anche 9.727 carabinieri, 5.759 finanzieri e 5.440 appartenenti alla Polizia penitenziaria: complessivamente 33.739 unità nei quattro Corpi, secondo rilevazioni riferite a date non necessariamente coincidenti. Per la sola Polizia di Stato erano previste circa 4.800 cessazioni nel 2025 e circa 4.000 all’anno dal 2026 al 2028. Ecco perché le assunzioni non bastano: occorre sottrarre i pensionamenti e recuperare le carenze pregresse. Serviva un piano pluriennale per ripianare prima le carenze e poi incrementare gli organici, investendo in formazione, retribuzioni, mezzi, tecnologie e strutture. È mancata soprattutto la programmazione, che costituisce una precisa responsabilità politica».
Alla luce del modo in cui la politica sta affrontando il nodo della sicurezza, quale scenario si prefigura da qui a qualche anno?
«Se continueremo così, cioè senza una politica seria sulla sicurezza, avremo probabilmente più norme da applicare e apparati sempre più affaticati, con una distanza crescente tra aspettative dei cittadini e capacità di risposta. Ma non è un destino inevitabile».
Come si può voltare pagina?
«La sicurezza richiede una politica che guardi oltre la prossima emergenza: organici, qualità della dirigenza, capacità investigativa, prevenzione, giustizia rapida ed esecuzione effettiva delle condanne. Oggi si preferisce spesso un provvedimento annunciabile domani mattina a un investimento che darà risultati tra cinque anni, magari quando governeranno altri. È qui la responsabilità più grave».
Perché?
«Perché chi rappresenta i cittadini deve saper lavorare anche per risultati dei quali non raccoglierà il consenso. Altrimenti non si tradisce soltanto una promessa: si consuma la fiducia di chi rispetta la legge e di chi indossa una divisa per farla rispettare».
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