La riforma dell’acqua e quel piano contestato: ecco le audizioni nella commissione sull’emergenza idrica

19 Febbraio 2026

L’affare che fa gola: senza legge regionale, via alle gare d’appalto e porte aperte ai privati

PESCARA. I vertici del centrodestra di governo, Marsilio e Sospiri, spingono per la riforma del servizio idrico integrato con un taglio dei gestori dell’acqua da sei a due. Ma non è un percorso in discesa: la resistenza arriva dai gestori. Si capisce riprendendo in mano le carte della commissione d’inchiesta sull’emergenza idrica del consiglio regionale che, durante la prima amministrazione Marsilio, aveva messo sotto esame il settore. “Un’acqua sola” è il titolo di un’altra puntata di “31 minuti”, settimanale di approfondimento giornalistico di Rete8 in collaborazione con il Centro che va in onda stasera alle ore 22.30 (riprese di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino e Antonio D’Ottavio).

Nella passata legislatura regionale, era stata istituita una commissione d’inchiesta sull’emergenza idrica: la presidente era Sara Marcozzi, prima eletta con il M5S e poi passata a Forza Italia e ora stretta collaboratrice del presidente del consiglio regionale Lorenzo Sospiri di Forza Italia. E Sospiri è il primo firmatario della riforma dell’acqua, il progetto di legge 72, che punta a razionalizzare la gestione, abbattere gli sprechi e risparmiare. Dei 6 gestori (Aca, Ruzzo Reti, Cam, Gsa, Saca e Sasi), potrebbero restarne solo due o addirittura uno. Se non si farà entro il 2027, l’acqua d’Abruzzo potrebbe finire in mano ai privati che sono già pronti a presentare i loro piani.

Per i privati l’acqua abruzzese potrebbe essere un affare perché ha un vantaggio: è acqua di sorgente, pulita e che non ha bisogno di essere purificata, quindi, costa poco. E allora, potenzialmente, può rendere tanto a quelli che la gestiscono. Giovanna Brandelli, la presidente dell’Aca, cioè il gestore più grande d’Abruzzo con 72 comuni serviti compresi Pescara, Chieti e Silvi e 33 milioni di metri cubi erogati in un anno, lo dice chiaramente: «La tariffa idrica, questo è importante che lo comprendano tutti, per legge deve garantire la copertura dei costi di approvvigionamento dell’acqua potabile e di gestione fognaria. In Abruzzo abbiamo acqua potabile in sorgente, quindi saltiamo un passaggio industriale che è quello della potabilizzazione e quel passaggio costa». E allora, dice Brandelli, «la nostra acqua non solo è più buona ma costa anche di meno, ecco perché siamo estremamente attraenti per tutti quelli che possono essere i player di questo settore».

Ma torniamo indietro al 6 marzo del 2023, cioè alla relazione finale di quella commissione d’inchiesta che indicava la via da seguire, cioè la gestione unica: «Tutti gli esperti e studiosi del settore auditi in commissione sono concordi sulla necessità di perseguire una gestione unica – nelle forma migliore che sarà scelta – anche del sistema abruzzese rilevando l’insostenibilità e l’inefficacia dei tanti piccoli sistemi territoriali. La gestione unica», dice il verbale, «sarebbe in grado di perseguire economie di scala e di raggiungere un livello minimo di efficienza e qualità nella gestione dei servizi su tutto il territorio regionale».

Durante le audizioni di quella commissione d’inchiesta sull’emergenza idrica abruzzese, si era parlato di un gestore unico dell’acqua ma quasi come un’utopia, un progetto contestato un po’ da tutti. Questa l’audizione dell’ex presidente Ersi Nunzio Merolli: «Possibilità di arrivare a un gestore unico? Nella mia mente c’è l’integralismo della gestione pubblica del servizio idrico, di conseguenza c’è anche il gestore unico regionale, perché altrimenti non si arriva a mantenere la gestione pubblica».

Ma da quell’audizione di Merolli emerge anche che la riduzione da 6 gestori a uno oppure a due non era e non sarà affatto semplice: «Avevamo deciso di presentare un progetto unico sul Pnrr per le reti, c’è stato il 16 di maggio l’ammutinamento del Bounty, lo chiamo io», sono le parole di Merolli, «perché facemmo una videoconferenza, presente l’assessore Imprudente che può testimoniare e ci fu una mezza rivoluzione di alcuni gestori che dicevano: “Noi li presentiamo da soli, perché non vogliamo correre il rischio, con quei gestori che sono in concordato preventivo che potrebbero essere estromessi, potrebbero essere non finanziati”. Il paradosso qual è? Che i due in concordato preventivo sono stati finanziati e chi invece ha i conti in ordine non è stato finanziato. Però il problema è, lo ripeto, se si lasciano 10, 11 anni dei gestori, delle spa, come qualcuno le ha definite, che sono pubbliche ma che pensano di essere società private, in completo abbandono, nel senso che questi sono stati lasciati ognuno per conto suo, giustamente quando arriva un mezzo matto come me che tenta di mettere un po’ d’ordine, succede la rivoluzione ed è quello che sta succedendo».

Nel frattempo l’Abruzzo non ha perso la sua maglia nera: resta un cattivo esempio sulla dispersione idrica perché oltre il 60% dell’acqua si spreca a causa dei tubi rotti. L’ultima relazione dell’Ersi sul servizio idrico parla di «criticità diffusa nel territorio laddove si evidenziano perdite della risorsa in termini percentuali ampiamente superiori al 50% (con punte superiori al 70%)».

L’acqua si spreca per i tubi rotti ma anche per l’irrigazione selvaggia delle campagne e per l’innevamento artificiale delle piste da sci. Tra le audizioni della commissione d’inchiesta abruzzese sull’acqua nel 2023, c’era stata anche quella di Mario Tozzi, primo ricercatore Cnr. Tozzi aveva messo in guardia dagli sprechi d’acqua e aveva puntato il dito contro la neve artificiale e contro i progetti per innalzare la quota degli impianti da sci: se il clima cambia e fa sempre più caldo, la neve resta sempre meno tempo sulle piste e, allora, diventa insostenibile usare l’acqua per creare la neve artificiale, questo il ragionamento di Tozzi. Secondo Tozzi, «lo scioglimento dell’ultimo ghiacciaio più meridionale d’Europa, il ghiacciaio del Calderone sul Gran Sasso, è il segnale evidente di come le cose stanno andando e come andranno in futuro». Per questo, aveva detto in commissione, «a poco o nulla servirebbe alzare di 500 metri la quota degli impianti di risalita: secondo Tozzi, avrebbe lo stesso effetto di “quello che vuole dimagrire facendo un buco in più sulla cinta”: non dimagrisce per niente».

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