Pescara

La storia che riaffiora: il telegramma perduto del Duce a D’Annunzio

25 Febbraio 2026

Da una casa d’aste emerge un carteggio inedito di Mussolini. Tra i manoscritti anche gli appunti dell’incontro con Hitler il 22 aprile 1944, al castello di Klessheim

PESCARA. «Ti abbraccio col cuore che sai». La firma è una “M” inconfondibile. La data è 23 dicembre 1931. A scrivere è Benito Mussolini, Duce e capo del governo da nove anni, che ha appena perso il fratello Arnaldo, morto improvvisamente il 21 dicembre per un attacco cardiaco. Il destinatario è Gabriele D’Annunzio. Nella stesura autografa, rimasta per decenni perduta e sconosciuta agli archivi pubblici, il Duce ringrazia il Vate «di essere uscito dalla tua clausura per darmi una prova di amicizia e di simpatia in quest’ora che è per me di profonda tristezza». È un frammento privato, un lato umano che riemerge dal passato: un telegramma piegato con cura, conservato come un appunto personale, sottratto chissà quando e poi finito sul mercato antiquario.

Questa storia inizia a Torino, in una nota casa d’aste.

I DOCUMENTI SCOMPARSI

A finire sul banco sono cinque pagine manoscritte attribuite a Benito Mussolini, tra cui gli appunti preparatori per il decisivo incontro con Adolf Hitler del 22 aprile 1944 al castello di Klessheim, a Salisburgo. Per quei documenti è necessario l’Attestato di libera circolazione, autorizzazione indispensabile per venderli o esportarli all’estero. È questo passaggio a far scattare i controlli. La Soprintendenza Archivistica e Bibliografica segnala il caso. I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, intervengono e procedono al sequestro dei fogli. I primi accertamenti evidenziano che la grafia coincide con quella di Mussolini, così come il monogramma “M” apposto in calce all’ultimo foglio. La conferma arriva dal Ris di Parma, che effettua una comparazione con autografi certi: è la mano del Duce.

Parallelamente, a Firenze, parte una segnalazione di un cittadino che allerta il Nucleo tutela patrimonio culturale toscano. Le indagini intercettano un altro nucleo documentale, questa volta legato al Vate pescarese. Tra le carte recuperate figurano bozze autografe di discorsi ufficiali, la stesura dell’intervento pronunciato in occasione dell’inaugurazione della statua del Bersagliere nel 1932, il dattiloscritto del «Viatico a S.A.R. Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, Governatore Generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia» e, soprattutto, il testo del telegramma inviato da Mussolini al Vate il 23 dicembre 1931.

IL VATE E IL DUCE

Rapporto complesso quello tra D’Annunzio e il Duce, con il poeta-soldato che scelse di non prendere mai la tessera del Partito nazionale fascista. Temuto da Mussolini, rimase una figura ingombrante e simbolica per il regime, difficilmente assimilabile sul piano politico. Il telegramma del 1931 testimonia un legame personale, un dialogo tra due protagonisti della storia italiana collocato in un momento in cui il regime appare saldo, lontano ancora dalla catastrofe che si sarebbe materializzata pochi anni dopo. Il 12 settembre 1943 la situazione è infatti radicalmente diversa. Dopo l’arresto del 25 luglio e i trasferimenti tra Ponza, La Maddalena e l’Abruzzo, Mussolini viene detenuto nell’albergo-prigione di Campo Imperatore, sul Gran Sasso. La sua liberazione, ordinata da Hitler e condotta da un reparto tedesco guidato dal maggiore Harald Mors, segna l’inizio della Repubblica Sociale Italiana.

MUSSOLINI IMPOTENTE

È in questo contesto che si collocano i cinque fogli ritrovati, relativi all’incontro con Adolf Hitler del 22 aprile 1944, al castello di Klessheim, presso Salisburgo. Gli appunti, preliminari al colloquio, sono organizzati in tre capitoli: «Forze armate», «Politica», «Economia e lavoro». Dai manoscritti emerge anche la preoccupazione per gli internati militari italiani in Germania. Dopo l’8 settembre 1943 centinaia di migliaia di soldati italiani catturati dai tedeschi erano stati deportati nei lager come “internati militari”, privati dello status di prigionieri di guerra. Nei fogli preparatori dell’incontro di Klessheim compaiono riferimenti alle «masse operaie italiane in Germania» e alla necessità di intervenire su una situazione che rischia di produrre «conseguenze disastrose». È il segnale di un tentativo, almeno formale, di riportare la questione sul tavolo del colloquio con Hitler. Ma rivela anche il limite politico della Repubblica Sociale Italiana, priva di una reale forza contrattuale. La sorte di quegli uomini non dipende più dal volere del Duce, ma da Berlino.

UN TESORO STORICO

Un ritrovamento di straordinaria importanza, come afferma il comunicato rilasciato dai Carabinieri: «La redazione manoscritta da parte del Capo del Governo della Rsi nell’esercizio delle proprie funzioni, riguardante affari di Stato, civili e militari, nonché le relazioni con un governo straniero», spiega l’Arma, «indica che l’intera documentazione debba considerarsi eccezionale patrimonio storico appartenente allo Stato italiano».

La piegatura in quattro dei manoscritti può sembrare un dettaglio secondario, ma dice molto. Si tratta di fogli da tasca, da consultare all’occorrenza, non carte bollate o protocollate. È facile immaginare Mussolini mentre li ripiega e li infila nel taschino prima dell’incontro con Hitler, in una Germania che in quel momento esercita un controllo diretto su gran parte dell’Italia centro-settentrionale. La loro scomparsa è riconducibile con ogni probabilità al caos dell’aprile 1945, quando l’archivio personale di Mussolini e molti archivi degli organi della Rsi si dispersero nel concitato epilogo bellico.

La restituzione all’Archivio centrale dello Stato chiude questo passaggio. Dal «Ti abbraccio col cuore che sai» agli appunti per Hitler redatti sotto tutela nazista, quelle carte non sono più oggetti per caveau privati. Sono archivio pubblico. Frammenti di una storia complessa che tornano alla collettività e aiutano a comprendere meglio chi furono Mussolini e D’Annunzio per l’Italia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA