Laureati 3 abruzzesi su 10: la regione è sul podio d’Italia, ma in troppo se ne vanno

4 Febbraio 2026

Terzo posto nella classifica nazionale, davanti a Emilia Romagna e Lombardia. Svetta la provincia di Pescara ma le curiosità arrivano dai borghi del Chietino

L’AQUILA. In Abruzzo si studia e ci si laurea molto più che nel resto d’Italia. Anche se questa fascia più istruita e produttiva della popolazione, poi, se ne va altrove. Ma andiamo con ordine. La regione Abruzzo, a dispetto di quanto può apparire nell’immaginario collettivo, da tempo non è più terra di pastori. Ma tra la sua popolazione avanzano ingegneri, ricercatori, manager dalle elevate competenze. Siamo infatti al terzo posto, nella classifica nazionale, per numero di laureati tra i 25 e 49 anni, ben il 30,8% dei residenti. Tre abruzzesi su dieci hanno lasciato l’università con un titolo di studio. È ciò che emerge dal report della Fondazione Openpolis, su dati Istat. Un’analisi che pone l’Abruzzo dietro solo al Lazio, con il 32,6%, e al Molise (31,6%), e davanti a Lombardia ed Emilia Romagna, entrambe al 30,8%, dove troviamo una popolazione nettamente superiore. Ben al di sopra della media nazionale del 31,3%.

Nonostante le buone percentuali di alcune regioni come l’Abruzzo, però, l’Italia si colloca agli ultimissimi posti nel continente. Tanto che tra gli obiettivi della Ue c’è quello di raggiungere la quota del 45% di laureati, tra la popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni, entro il 2030. Un traguardo che molti Paesi hanno già tagliato, ma che vede l’Italia in posizione arretrata, penultima i Europa, e lontanissima dal target, davanti solo alla Romania con il 23,2%. Basti pensare che Irlanda e Svezia sono già sopra il 65%, quanto a percentuale di laureati. L’analisi territoriale evidenzia come a eccellere, in Abruzzo, sono le quattro province che hanno sedi universitarie: al primo posto si piazza Pescara, con il 41,7% di laureati, seguita dall’Aquila, con il 41,2% , da Teramo al 38% e Chieti al 37,8%. A livello comunale il record di laureati tra i 25 e i 49 anni, spetta al minuscolo borgo di Roio del Sangro, in provincia di Chieti, cento abitanti appena, con il 50% dei residenti in possesso del diploma di laurea seguito da San Giovanni Lipioni (47,6%), dove i residenti non raggiungono neppure quota 150. Scorrendo la classifica troviamo Carapelle Calvisio (45,5%), Castel di Ieri (44,7%) e Villa Santa Lucia degli Abruzzi (44,4%), tutti in provincia dell’Aquila. Anche in questo caso si tratta di centri di poche decine di abitanti. Tra i comuni più grandi svetta Roseto degli Abruzzi, con il 40% dei laureati tra la sua popolazione. Le regioni con le percentuali più basse di laureati risultano essere Sicilia (22,5%), Campania (23,6%) e Sardegna (23,7%). Quote di laureati particolarmente basse si registravano anche in Puglia (24,2%) e Calabria (26,3%).

Nel complesso, i territori con una forte presenza di laureati restano una minoranza. Solo 81 comuni italiani superano il 40%, mentre nella maggior parte dei casi la quota di popolazione con titolo terziario si colloca sotto il 30%. In 2.376 comuni, meno di un residente su cinque tra i 25 e i 49 anni ha completato un percorso universitario. Sul piano generale si evidenzia una marcata differenza di genere: le donne raggiungono livelli di istruzione terziaria molto più spesso degli uomini. In Italia il divario è particolarmente ampio e supera i 13 punti percentuali, uno dei più elevati in Europa. Chi raggiunge livelli di istruzione più elevati – rileva Openpolis – ha mediamente maggiori probabilità di accedere a carriere più stabili e meglio retribuite, con effetti positivi che si estendono all’intero arco della vita: spesso la condizione socio-economica della famiglia ha un impatto decisivo sul percorso di studio dei figli. Detto questo, anche dall’Abruzzo molti laureati se ne vanno. Come accade nel resto dalla penisola. Il 2024 è stato l’anno record, con oltre 155.000 connazionali che hanno cercato una nuova vita fuori dall’Italia. Entro il 2050 potremmo perdere 4,5 milioni di abitanti non solo perché nasceranno meno bambini ma anche perché torneremo a essere un Paese da cui fuggire anziché trasferirsi. L’Istat, la Fondazione Migrantes della Cei, l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, la Fondazione Nordest sono tra i principali centri studi che negli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione su un fenomeno che è tutto italiano: perché non stiamo parlando solo di un inverno demografico (sorte comune a larga parte del mondo occidentale) ma anche di una fuga di giovani alimentata in via principale dalle regioni più evolute del Paese: nemmeno quelle, a quanto pare, sono più un posto per giovani. Il Covid aveva determinato una frenata ma i cosiddetti expat sono tornati a crescere –a un ritmo più sostenuto – a partire dal 2022. E purtroppo questa voglia di andarsene riguarda anche i laureati abruzzesi.