Professori “schedati”, il dibattito in Abruzzo: «Noi di sinistra. E senza vergogna educhiamo al pensiero critico»

Fa discutere il questionario diffuso da Azione Studentesca: segnalare chi fa «una propaganda in aula». Arriva la replica dei docenti che respingono i sospetti e delle logiche di «censimento sommario»
PESCARA. «Mi metto sulla cattedra a urlarlo senza problemi, io sono orgoglioso di difendere la Costituzione e i suoi valori antifascisti». Non spaventa i professori abruzzesi, e Arnaldo Mariani, docente di lettere al liceo scientifico Vitruvio di Avezzano, l’iniziativa di Azione Studentesca che, attraverso un questionario con Qr code circolato nei giorni scorsi, ha chiesto agli studenti di segnalare eventuali docenti che farebbero propaganda di sinistra. «Io non faccio nessuna propaganda, anzi insegno da subito a non fidarsi di me», spiega Mariani, «la prima cosa che dico ai ragazzi del triennio è proprio questa: non fidatevi dell’insegnante. Troppa affezione porta al rischio vero di essere condizionati».Una netta e cjhe ribalta la narrazione degli esponenti della destra giovanile: «Durante le lezioni gli studenti sono molto più curiosi di quanto la narrazione corrente dica, sono intelligenti, credibili, e a me non interessa quali siano le loro idee di riferimento. I valori che passano, semmai, sono quelli della Costituzione, che valgono per tutti e non escludono nessuno». Nel questionario, osserva il docente, «ci sono domande apparentemente neutre prima e dopo, ma in mezzo ce n’è una che neutra non è affatto, ed è tesa a creare liste di proscrizione». E alla domanda sul perché la destra cerchi i nomi dei professori potenzialmente ostili risponde: «C’è un po’ di revanchismo in queste mosse, da quando una certa parte politica è al governo è iniziata una battaglia “senza fare prigionieri”, ma essere eletti non dà il diritto di fare ciò che si vuole. Governare significa stare dentro i paletti della Costituzione, che valgono per i professori come per chi governa».
Una linea che trova eco anche nelle parole di Romina De Cesaris, docente di storia e filosofia al liceo scientifico Galilei di Pescara, che chiarisce subito: «Questo questionario non mi fa paura, ma testimonia che non c’è un bel clima». Il punto, per Di Cesare, è la necessità di allargare lo sguardo oltre il singolo episodio: «Abbiamo gli strumenti per non sottovalutare l’accaduto, perché non è un caso isolato. C’è una cornice più ampia dentro cui va letto».
Una cornice che richiama iniziative pubbliche e prese di posizione politiche precise: «Parliamo dell’iniziativa “La scuola è nostra”, lanciata da Azione Studentesca, che fa riferimento alla destra istituzionale e quindi alla premier, un’iniziativa che ha trovato sponde e legittimazione anche nelle parole del ministro Valditara e della sottosegretaria Frassinetti». In questo quadro, racconta la docente, nasce il questionario : «È collegato a quanto accaduto a Prato, dove sempre Azione Studentesca ha attaccato un liceo per un laboratorio di educazione civica sull’antifascismo».
«L’accusa è stata quella di spacciare l’antifascismo come programma didattico, ma va detto con chiarezza che l’antifascismo non soltanto viene affrontato studiando la storia del Novecento, ma costituisce una finalità pedagogica e didattica nella scuola della costituzione che onoriamo ogni giorno». Una posizione ribadita anche alla luce dei fatti di cronaca: «A pochi giorni dalla Giornata della Memoria io mi alzo in piedi, perché proprio in quei giorni storici si annientava la libertà di espressione». Per Di Cesare il nodo resta il ruolo dell’insegnante: «Non siamo meri esecutori, o un semplice homo burocraticus. Noi insegniamo il pensiero critico esercitandolo a nostra volta. Non indottriniamo, costruiamo dialogo, siamo per l’autoeducazione e l’autodeterminazione». Sulla stessa linea si collocano anche Daniele Di Massimantonio, docente precario al liceo “Saffo” di Roseto e capogruppo consiliare di Nos/Noi e Coltura politica al Comune di Giulianova, e Luca Mastrocola, docente di storia alla scuola media Pagliaccetti di Giulianova e figlio dell’ex rettore dell’Università di Teramo, entrambi intervenuti con un video diffuso sui social. «Il movimento studentesco legato a Gioventù Nazionale, piuttosto che denunciare in maniera netta la presenza nella scuola italiana di un esercito di insegnanti precari, ha pensato di avviare una campagna delatoria per schedare i docenti di sinistra», affermano. «Non è finzione, è accaduto davvero, con tanto di benedizione politica. I volantini dal titolo “La scuola è nostra” sono apparsi in numerosi istituti scolastici italiani e Giulianova non ne è stata immune». Alla domanda se il gesto simbolico non rischi di agevolare proprio la schedatura, la risposta è diretta: «Praticamente sì, perché schedare docenti non è una boutade giovanile né una provocazione folkloristica. È un gesto che appartiene a una genealogia precisa, quella della lista, dell’elenco, della catalogazione del nemico». Un anche qui invita ad allargare la visione complessiva: «Ogni volta che una società accetta l’idea di una lista, ha già smesso di essere libera. Schedare significa ridurre l’essere umano a una funzione sospetta, trasformare il pensiero in un reato potenziale, l’insegnamento in propaganda, la cultura in colpa». E ancora: «È un’operazione che nasce dalla paura, paura del dubbio, della complessità, di ciò che non si può controllare». Sul piano educativo, la conclusione è netta: «La scuola è il luogo dell’inquietudine, dove il sapere non viene addomesticato ma messo in crisi. Pretendere una scuola neutrale è una menzogna, pretenderla sorvegliata è un atto autoritario. Una scuola che ha paura delle parole è una scuola già morta. Nessuno di noi ha mai pensato di fare propaganda. Vogliamo accrescere la riflessività e l’indipendenza di giudizio dei nostri ragazzi».

