Rincari da guerra, la Coldiretti: «Una stangata per gli allevatori»

10 Maggio 2026

Fertilizzanti, energia, latte e alimenti per animali: una spesa di 3.600 euro in più ogni due mesi. Pilati e Martinelli denunciano: «Prezzi quasi triplicati, con ricadute negative anche per i consumatori»

L’AQUILA. La guerra in Iran costa agli allevatori abruzzesi 3.600 euro ogni due mesi. Soldi che le aziende devono sborsare in più per far fronte all’aumento dei costi di fertilizzanti ed erbicidi chimici. Ma non solo. Secondo i dati diffusi dal Centro Studi Divulga, i rincari aggiuntivi vanno dai 40 centesimi a tonnellata per il latte bovino ai 95 euro a tonnellata per quello di pecora. A questi si devono aggiungere i costi dell’alimentazione, con una stima fino a 200 euro in più ad ettaro per mais e altri cereali, oltre a fertilizzanti ed energia. Se non si riuscisse a raggiungere una tregua nel conflitto e i rincari dovessero perdurare, il conto rischia di salire a decine di migliaia di euro per le aziende più strutturate.

La preoccupazione è forte: «La problematica maggiore riguarda fitofarmaci, mangimi, materie prime con rincari enormi negli ultimi mesi», spiegano Marino Pilati, direttore regionale Coldiretti Abruzzo e il presidente regionale dell’associazione, Pietropaolo Martinelli, «l’urea, ad esempio, un prodotto che si usa per concimare il grano, è passata da 46 euro a 110 euro a quintale. Più del doppio. I prezzi sono quasi triplicati a causa della guerra, con ricadute negative anche per i consumatori. La lievitazione dei costi incide su agricoltori, allevatori e consumatori. Il sistema continua a perdere forza», dicono ancora i rappresentanti di Coldiretti Abruzzo, «ed è rischioso. Ci attivando tavoli di confronto per fare accordi di filiera che garantiscano prezzi più adeguati per gli agricoltori e per mettere in atto la legge sulle pratiche sleali eliminando la secretazione del codice doganale. È assurdo che vengano etichettati come prodotti Made in Italy quelli che hanno solo l’ultima lavorazione nel nostro Paese. In questo modo si fa concorrenza sleale».

Dopo il calo della scorsa settimana il gasolio agricolo è tornato a crescere. Negli allevamenti si usa non solo per trattori, ma per sollevatori telescopici e pale meccaniche per la movimentazione di foraggi, letame o materiali, per i carri per la preparazione e la distribuzione dei cereali agli animali, oltre che per il trasporto degli stessi. Pesa anche il balzo dei fertilizzanti, che si riflette a cascata sui mangimi. Un comparto che soffre particolarmente è quello lattiero-caseario. «Dopo oltre quarant’anni di assenza, torna al centro del confronto istituzionale il comparto lattiero-caseario abruzzese. Un passaggio non più rinviabile, che segna l’avvio di un percorso necessario per affrontare una crisi strutturale che sta mettendo a rischio la sopravvivenza degli allevamenti», evidenziano Pilati e Martinelli, «era fondamentale che la Regione tornasse ad assumere un ruolo guida, definendo finalmente linee di indirizzo chiare per un settore strategico, troppo a lungo lasciato senza una regia».

Ma la situazione resta critica. Gli allevatori continuano a produrre sotto costo, con prezzi che, in molti casi, non superano i 47 centesimi al litro, a fronte di costi di produzione che hanno ormai superato i 55 centesimi. «Una condizione aggravata dall’aumento dei costi energetici e delle materie prime, oltre che dalla pressione crescente di latte proveniente da altre regioni e dall’estero, a prezzi decisamente inferiori. Non è più sostenibile che gli allevatori siano l’anello debole della filiera», evidenzia Coldiretti, «senza un intervento immediato e strutturale si rischia la chiusura di molte aziende e la perdita di un presidio fondamentale per le aree interne. Va garantito un prezzo minimo di riferimento alla stalla superiore ai 47 centesimi al litro, valore individuato nell’accordo del 27 marzo al ministero dell’Agricoltura, ma non adeguato alle condizioni produttive e strutturali del territorio abruzzese».

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