Di Luca, LNEnergy: «Rischiamo una crisi energetica, ora serve un modello Abruzzo»

6 Marzo 2026

Parla il responsabile della società che si sta occupando di mettere in produzione il «più grande giacimento di gas a terra d’Europa» vicino al lago di Bomba

PESCARA

«La crisi russo-ucraina ha azzoppato il Green Deal europeo. Ora una crisi nel Golfo potrebbe mettere in difficoltà Cina e India». È chiaro, netto e soprattutto ha le idee molto chiare Francesco Di Luca, responsabile della LNEnergy srl, la società che si sta occupando di mettere in produzione il «più grande giacimento di gas a terra d’Europa» vicino al lago di Bomba. Ma prima di arrivare all’Abruzzo allarghiamo lo sguardo.

Stretto di Hormuz è il nome che riecheggia in ogni notiziario da giorni: è solo petrolio e gas?

«Lo stretto è fondamentale, snodo per il 20% dell’energia mondiale, tra petrolio e gas naturale liquefatto (GNL). Dal punto di vista geopolitico è uno dei principali punti di strozzatura del sistema energetico globale. Sullo stretto si affacciano alcuni dei principali giganti mondiali della produzione energetica. come Arabia Saudita e Oman. L’Oman è molto importante non solo per il petrolio ma anche per le commodities energetiche».

Cioè?

«Parlo di metanolo e ammoniaca, prodotti che derivano da gas e petrolio e che vengono commercializzati a livello globale. Nello stesso spazio si trova il Qatar, che è praticamente la più grande potenza mondiale nella produzione di GNL. Già prima della crisi russo-ucraina Doha aveva investito circa 30 miliardi di dollari per costruire e potenziare le infrastrutture di liquefazione del gas».

Quindi prima del 2022.

«Esatto. Il Qatar lo ha fatto in controtendenza rispetto ai tempi, perché prima della crisi Ucraina il modello dominante era quello dei gasdotti via tubo. Il Qatar però è affacciato sul mare ed è chiuso dall’Arabia Saudita. Non avendo sbocchi, aveva capito che l’unico modo per esportare la propria energia era liquefarla e venderla via mare».

E l’Iran che ruolo ha?

«L’Iran è comunque un attore energetico mondiale, nonostante le sanzioni e le difficoltà economiche. Di fatto alimenta due delle più grandi economie del pianeta, cioè India e Cina. Lo fa proprio perché, non potendo commerciare liberamente con molti paesi, vende gran parte delle sue risorse energetiche a Mosca e Pechino. L’Iran vende soprattutto petrolio via mare. Non GNL perché non ha mai potuto sviluppare grandi infrastrutture in tal senso. Però c’è un altro elemento importante».

Dica.

«L’Iran negli anni è riuscito a costruire grandi poli petrolchimici e oggi è uno dei principali produttori mondiali di commodities energetiche come metanolo e ammoniaca».

Perché questi prodotti sono così importanti?

«Perché sono i mattoni dell’industria. L’ammoniaca viene utilizzata per produrre fertilizzanti, quindi entra nella filiera agricola. Il metanolo invece è alla base della produzione della plastica e di molte altre lavorazioni chimiche collegate al petrolio. Se entrano in crisi anche i derivati non vedremo il problema solo alla pompa di benzina: lo vedremo a cascata nella manifattura, nell’industria e fino alle nostre tavole. In altre parole il danno diventa generalizzato».

Cosa significa questo per l’Europa?

«L’Ue han già affrontato una crisi con la guerra russo-ucraina. Un’emergenza che ne ha stravolto la politica industriale energetica. L’Europa aveva avviato il Green Deal, obbligando gli Stati membri a seguire la decarbonizzazione. Il conflitto ucraino ha però messo in difficoltà questo percorso. Di fatto ha costretto l’Europa a rivedere le proprie strategie energetiche. L’Italia ha reagito affacciandosi pesantemente al Nord Africa, attraverso il Piano Mattei, e ha cercato nuove fonti energetiche».

Per esempio?

«Il Congo, dove è stata avviata una produzione di gas liquefatto realizzata con navi che trasformano direttamente il gas in GNL in mare».

Però questi sono paesi più instabili.

Esatto. In pratica si è passati dalla dipendenza da un paese problematico ma più stabile come la Russia alla dipendenza da altri che comunque presentano criticità geopolitiche.

E adesso la crisi nel Golfo…

«Sì. E questo significa che anche l’altra grande area energetica mondiale rischia di scivolare nel caos. Se la guerra russo-ucraina ha messo in difficoltà il Green Deal europeo, una crisi nel Golfo potrebbe mettere danneggiare i piani di decarbonizzazione di paesi come Cina e India. Per esempio Pechino, che negli ultimi piani industriali ha fissato obiettivi molto ambiziosi di decarbonizzazione, dipende ancora molto dal petrolio iraniano. Se quella fonte viene meno, potrebbe essere costretta a riaprire centrali a carbone».

Che impatto sull’Italia?

«Per l’Italia ogni crisi energetica è devastante. Noi siamo una nazione manifatturiera e dipendiamo dall’estero per circa il 75% dell’energia che consumiamo. Non a caso oggi il ministero si chiama Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Non si parla più solo di ambiente, ma anche di sicurezza degli approvvigionamenti. Senza energia non si produce, non si lavora e la società si blocca».

Qual è allora la strada per il futuro?

«Le energie rinnovabili sono fondamentali. Ma bisogna essere realistici: non tutto può andare a elettricità. Ci sono settori industriali – definiti hard to abate – che difficilmente possono essere completamente elettrificati. Per questo il governo ha riaperto il tema del nucleare e allo stesso tempo ha rimesso sul tavolo la questione della produzione nazionale di energia».

In questo quadro l’impianto di gas liquefatto in costruzione a Colle Santo può portare la regione su un “modello Basilicata”?

Spesso si parla del modello Basilicata, dove grandi operatori internazionali sfruttano le risorse energetiche e poi contrattano con il territorio soprattutto attraverso royalties e compensazioni. Noi invece pensiamo che si possa costruire un “modello Abruzzo”. L’Abruzzo è una regione verde che ha già avviato progetti nelle energie rinnovabili, come idrogeno, eolico e fotovoltaico. C’è poi una componente storica molto forte: l’idroelettrico, presente in Abruzzo fin dagli anni Cinquanta.

E il gas dove entra in questo modello?

«Il gas di Colle Santo può essere il completamento di un affresco energetico integrato. L’idea è liquefarlo e renderlo disponibile rapidamente sul territorio, senza costruire grandi gasdotti. Il progetto utilizza una filiera industriale in gran parte abruzzese e anche Confindustria si è impegnata per far nascere una filiera regionale dell’GNL».

Il progetto trova l’opposizione di qualche ambientalista…

«Sì. Ma le dico: tre ministeri della Repubblica – Ambiente, Beni culturali e Trasporti – hanno espresso una valutazione positiva di compatibilità ambientale. Naturalmente ci sono prescrizioni da rispettare, ma il progetto parte già con un giudizio positivo».

E il territorio?

L’idea è affrontare il tema delle compensazioni prima e non dopo. Vogliamo arrivare alla realizzazione dell’infrastruttura con patti chiari con i cittadini, coinvolgendo da subito enti locali e territorio.

Quanto è grande il giacimento di Colle Santo?

«Il giacimento contiene circa 3 miliardi di metri cubi di gas. Per dare un’idea: l’aumento della produzione nazionale registrato l’anno scorso è stato di circa 1,5 miliardi di metri cubi. Quindi Colle Santo da solo rappresenta il più grande giacimento a terra non sfruttato in Italia e uno dei più grandi in Europa».

Servirà a coprire il fabbisogno nazionale?

«No. In Italia si consumano tra i 65 e i 75 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Colle Santo servirà invece a produrre GNL destinato ai trasporti pesanti e marittimi, cioè a quei settori dove il gas liquefatto è una soluzione di decarbonizzazione. Il piano energetico nazionale prevede una produzione domestica di circa 150 mila tonnellate all’anno. Colle Santo potrebbe coprirne circa un terzo per vent’anni».

Quando potrebbe partire la produzione?

«L’obiettivo è partire nel primo trimestre del 2028. I tempi di realizzazione di infrastrutture energetiche sono normalmente tra i 18 e i 24 mesi, siamo in linea con queste tempistiche».

Quali benefici porterebbe al territorio?

«Il giacimento si trova a pochi chilometri dal distretto industriale della Val di Sangro, uno dei più grandi distretti industriali dell’Abruzzo. È un polo energivoro e molte industrie hanno bisogno di gas. Possiamo creare GNL “a chilometro zero”».

Il tema delle trivelle resta però molto divisivo in Italia.

Il caso di Colle Santo è emblematico. Quando tra il 2000 e il 2008 sono state realizzate le trivellazioni esplorative, tutti erano favorevoli e anche il sindaco di Bomba (attuale e all’epoca) parlava di una grande opportunità. Poi la politica cambia posizione e quello che prima era positivo diventa negativo. Un corto respiro devastante per la strategia energetica».

E sull’Adriatico?

«Gli altri paesi che si affacciano sull’Adriatico sfruttano le loro risorse. L’Italia ha tecnologie e competenze per farlo in modo ancora più sicuro e sostenibile. Siamo leader mondiali nelle tecnologie energetiche e le esportiamo in tutto il mondo, ma poi non riusciamo a usarle a casa nostra».

Che cosa si potrebbe fare?

Creare infrastrutture energetiche integrate.Piattaforme che estraggono gas residuo dai giacimenti ma che allo stesso tempo integrano eolico e producono energia elettrica. Energia che potrebbe servire anche per data center. Le idee ci sono. Quello che spesso manca è la volontà politica di realizzarle.

Colle Santo può essere un primo passo?

Sì. L’obiettivo è trasformare Bomba in un polo energetico integrato dove convivono produzione idroelettrica e produzione di gas. Un modello industriale sostenibile e innovativo, che potrebbe diventare un caso unico a livello nazionale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA