Giustizia, l’intervista a Sabella: «Riforma pericolosa per i cittadini, il pm sarà sottomesso al governo»

6 Febbraio 2026

L’analisi impietosa del giudice che ha catturato i mafiosi Brusca e Bagarella: «Queste modifiche hanno un evidente intento punitivo. I problemi reali dei tribunali non vengono neppure sfiorati»

C’è una distanza siderale tra la caccia ai latitanti di Cosa Nostra e la gestione quotidiana di un’udienza al freddo nel Tribunale di Roma, ma Alfonso Sabella l’ha colmata tutta. L’uomo che ha stretto le manette ai polsi di Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, chiudendo la stagione delle stragi di mafia, oggi indossa la toga del giudice e guarda il sistema senza le lenti deformanti dell’ideologia. La sua non è una difesa d’ufficio della corporazione – verso i colleghi riserva stoccate feroci sul correntismo – ma un allarme costituzionale lanciato con la freddezza dell’analista. Di fronte al referendum che promette efficienza, Sabella oppone la realtà della “sala macchine” giudiziaria e svela il non detto della riforma: la creazione di un pubblico ministero onnipotente, un “super poliziotto” sganciato dalla cultura della giurisdizione e pronto, fatalmente, a cadere nell’orbita del governo.

Dottor Sabella, partiamo dall’essenziale. Qual è la posta in gioco in questo referendum?

«Bisogna essere chiari: questa non è una riforma della giustizia. È una riforma dell’ordinamento della magistratura, con un evidente intento punitivo. I problemi reali dei tribunali, i tempi dei processi, l’efficienza della macchina giudiziaria non vengono nemmeno sfiorati. I cittadini devono sapere che, vincendo il Sì, non avremo una giustizia più rapida o più giusta».

Nemmeno il ministro Nordio sostiene che i processi diventeranno più veloci.

«Menti giuridiche della stessa maggioranza, come il ministro Nordio o l’avvocato Bongiorno, hanno ammesso che questi referendum non incideranno sulla velocità dei procedimenti. La politica ha il dovere di dire la verità. Invece avremo uno stravolgimento dell’assetto costituzionale della magistratura e una devastazione dell’ordinamento con riforme oggettivamente discutibili».

Lei in passato è stato durissimo con i suoi colleghi sul tema del correntismo. Non aveva addirittura proposto il sorteggio per il Consiglio superiore della magistratura (Csm)?

«Non ho cambiato la diagnosi. Dopo lo scandalo Palamara, che ha solo svelato ciò che noi magistrati sapevamo da decenni, la magistratura ha perso l’occasione per uno scatto etico. I vertici degli uffici sono stati scelti troppo spesso per appartenenza e rappresentanza, applicando una sorta di Manuale Cencelli al Csm. Per questo mi ero detto favorevole al sorteggio dei membri togati».

E oggi? Perché considera un errore inserirlo nella riforma?

«Uso un’immagine forte: il correntismo è il cancro della magistratura. Il sorteggio è la chemioterapia. Quando hai un tumore aggressivo, la chemio è l’unica cura d’urto possibile per salvarti la vita. Ma la chemioterapia si fa per un ciclo limitato, serve a debellare il male in fase acuta. Nessuno si sognerebbe di prescrivere la chemioterapia a vita, o peggio, di inserirla in Costituzione come regola fondamentale. Se lo fai, uccidi il paziente insieme alla malattia. Inserire il sorteggio nella Carta significa istituzionalizzare l’emergenza e abdicare alla selezione per competenza».

Il cuore politico dello scontro resta la separazione delle carriere. È davvero necessaria per avere un giudice terzo?

«La separazione delle funzioni esiste già nei fatti, ed è rigorosa. Passare da pm a giudice, o viceversa, comporta il trasferimento in un’altra regione e si può fare una sola volta nella vita: pochissimi magistrati lo fanno, si parla di cinque o sei casi l’anno, e quasi sempre per motivi personali. Il problema vero è un altro: sganciando il pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione e creandogli un Csm autonomo, costruiremo la figura di un super poliziotto».

Qual è il rischio concreto per il cittadino?

«Il pm smetterà di cercare la verità a 360 gradi e punterà solo al risultato numerico. Sarà valutato sulla quantità, non sulla qualità. Paradossalmente ingolferà ancora di più i tribunali con processi inutili che finiranno in assoluzioni, perché il giudice dovrà smontare tesi accusatorie costruite solo per fare statistica».

Quindi teme uno squilibrio di poteri?

«Temo che il pm diventi una scheggia impazzita. Immaginiamo un organo di accusa totalmente indipendente, autonomo, autoreferenziale, che dispone della polizia giudiziaria e non risponde a nessuno. Saremmo un caso unico al mondo. Un potere del genere è pericoloso per la tenuta democratica. E qui sta il punto politico che nessuno dice: l’esito inevitabile di questa riforma sarà la sottomissione del pm all’esecutivo».

Sta dicendo che la politica prenderà il controllo delle procure?

«Sarà una necessità fisiologica. La politica, prima o poi, dovrà intervenire per controllare questa “mina vagante”. Se passa la riforma, da cittadino mi auguro che il pm venga posto sotto il controllo del governo il prima possibile. Almeno sapremo con chi prendercela alle elezioni».

L’argomento della “parità delle armi” tra accusa e difesa però è popolare.

«È un falso problema. La parità deve esistere nel dibattimento, ed è già garantita. Nella fase delle indagini è diverso, e deve esserlo a tutela del cittadino. Se io, pm, indago su un omicidio e trovo un video che scagiona l’indagato, ho il dovere giuridico ed etico di depositarlo e chiedere l’archiviazione. L’avvocato difensore, se trova una prova contro il suo cliente, ha il dovere di non produrla. Mio padre avvocato mi diceva: “Preferisco un pm magistrato a un pm poliziotto”. Cancellare questa differenza significa trasformare il processo in una contesa muscolare dove la verità passa in secondo piano».

Veniamo alla vita reale dei tribunali. Lei lavora a Roma, uno degli uffici giudiziari più grandi d’Europa. Cosa non funziona?

«La situazione è pietosa. Lavoro da 37 anni e non ho mai visto condizioni simili. Al Tribunale di Roma i riscaldamenti spesso non funzionano, lavoriamo al freddo. I computer, macchine obsolete, impiegano 25 minuti per accendersi. Ci impongono di usare un’App sperimentale per scaricare gli atti che ci fa perdere ore invece di secondi, triplicando i tempi di lavoro».

È solo un problema di strutture vecchie?

«È un problema di scollamento dalla realtà. Nelle camere di consiglio collegiali spesso mancano le sedie: se siamo in tre giudici, dobbiamo fare i turni per sederci. E poi c’è il paradosso tecnologico: ci hanno fornito portatili senza lettore cd-rom».

Perché il lettore cd è così importante nel 2026?

«Sembra una sciocchezza, ma è la fotografia del disastro. Il 99% dei depositi degli avvocati avviene su cd per risparmiare: una chiavetta Usb costa dieci euro, un dischetto pochi centesimi. Quindi noi riceviamo gli atti su supporti che i computer forniti dal ministero non possono leggere. Dobbiamo portarci il lavoro a casa. Non so che fine abbiano fatto i soldi del Pnrr, ma le scelte di investimento sono incomprensibili».

La riforma Cartabia doveva velocizzare tutto.

«La Cartabia ha introdotto l’udienza predibattimentale, che tutti – giudici, pm, avvocati – considerano inutile. Mi sottrae un mese di lavoro all’anno per un passaggio formale che non filtra nulla. Basterebbe un tratto di penna per abolirla».

Perché non si fa?

«Il sospetto è legittimo: mantenere la giustizia inefficace spinge i cittadini all’esasperazione e favorisce il voto favorevole ai referendum. Nordio lo ha detto chiaramente: se non vi piace come funziona la giustizia, votate Sì».

Recentemente c’è stato scontro sulla decisione del gip di Torino di non mandare in carcere gli arrestati per gli scontri con la polizia.

«Quella vicenda dimostra che i giudici non sono appiattiti sui pm. Il pubblico ministero chiedeva il carcere, il giudice ha applicato la legge: per un incensurato di vent’anni, gli arresti domiciliari bastano: molto semplicemente, stando rinchiuso in casa, non potrà più partecipare alle manifestazioni. Chi oggi grida “vergogna” è la stessa parte politica che aveva proposto un referendum per abolire il pericolo di recidiva come motivo di arresto».

C’è una contraddizione politica?

«Totale. Come quando la presidente del consiglio definisce “tentato omicidio” un fatto di cronaca, dimenticando che la qualificazione giuridica spetta ai magistrati secondo il codice. E quel codice non l’ha scritto Madre Teresa di Calcutta, l’ha firmato Alfredo Rocco, ministro della Giustizia di Mussolini. Siamo noi ad applicare quelle norme rigorose».

Spesso però si accusa la magistratura di vanificare gli arresti delle forze dell’ordine.

«Le faccio un esempio di ieri. I carabinieri mi portano in direttissima due borseggiatrici che hanno derubato una turista. L'avvocato presenta il risarcimento del danno, accettato dalla vittima. Ho dovuto convalidare l'arresto e liberarle immediatamente dichiarando il non doversi procedere. La legge mi imponeva di farlo. Si vuole il giudice “bocca della legge”, ma poi ci si lamenta del risultato».

Il vicepremier Tajani ha detto che non deve più dipendere dal pm.

«Servirebbe cambiare di nuovo la Costituzione. Ma attenzione: se la polizia giudiziaria verrà sganciata dal pm e il controllo delle risorse dipenderà esclusivamente dal Governo, l'efficacia delle indagini sarà decisa politicamente. Ti do gli uomini se l’indagine mi piace, altrimenti ti arrangi. A Palermo abbiamo sconfitto la mafia perché lo Stato ci ha mandato i migliori investigatori. Se decide la politica, questo automatismo salta».

In sintesi, perché votare No?

«Perché questa riforma non migliora il servizio, anzi rischia di peggiorarlo intasando i dibattimenti. E soprattutto perché inserisce nel sistema una variabile impazzita che porterà, come reazione uguale e contraria, alla fine dell’indipendenza del pubblico ministero».