IL REFERENDUM E IL FATTORE GIORGIA

Ieri ascoltavo il discorso di Giorgia Meloni per il Sì al referendum. Un articolato ragionamento politico, per buona parte. Poi, per quel che hanno sentito le mie orecchie – una deflagrazione finale – come se avesse voluto finire con un botto: «Se la riforma sulla giustizia non passa stavolta», dice la presidente del Consiglio drammatizzando, «molto probabilmente noi non avremo un’altra occasione. E allora ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera». E quindi, con un crescendo non dico wagneriano, ma addirittura apocalittico e quasi heavy metal: «Ci ritroveremo decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno». Pesate le parole di questa sequenza: «Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza. Antagonisti che devastano le vostre stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria. Milioni di euro risarciti per ingiusta detenzione o spesi per processi mediatici e inutili che vengono pagati con i proventi delle tasse. Figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco, quando nessuno dice o fa nulla di fronte alla realtà di bambini mandati a rubare o a fare accattonaggio...». Sono rimasto di sasso. Solo il giorno prima (ne avete letto su questo giornale ieri) avevo moderato un confronto organizzato dal comitato del Sì a Pescara: un dibattito bello, problematico, ma anche civilissimo. Come sapete sono molto convinto delle ragioni del No, e quindi ero positivamente lieto dell’invito dell’organizzatore Luca De Renzis, anche se gli avevo risposto scherzando: «Vi serve uno “scudo umano”?». Aveva ragione lui a dire «sarà divertente». Capita di rado di veder volare il tempo così, in un dibattito teoricamente serioso: Pierluigi Biondi – svestita la fascia da sindaco – parlava con precisione enciclopedica, Marco Marsilio discuteva come un professore di Harvard, e mi rubava anche il mestiere di giornalista, quando improvvisamente chiedeva ad Antonio Di Pietro: «So che tu eri amico personale di Mirko Tremaglia, che sei andato al suo funerale… ma posso togliermi una curiosità che mi porto dentro dai tempi di Mani pulite? È vero che sei stato un po’ missino?». Risata del pubblico. Faccia di Di Pietro con un taglio di sorriso indescrivibile: «Io… missino? Vorrei farvi contenti tutti, stasera. Ma la verità è che la mia scuola politica è stata questa: una volta l’anno veniva il segretario per portarci la tessera della Coldiretti e quella della Dc, insieme. Mia madre gli dava le uova fresche, una “ventana” – qui il dialetto molisano confina con l’abruzzese del sud – e così pure io sono cresciuto democristiano. Poi sono andato a tanti funerali, a partire da quello di Severino Citaristi, tesoriere della Dc, a cui ho mandato 75 avvisi di garanzia senza che avesse in tasca un centesimo rubato per sé: ma questa è un’altra storia». In novanta minuti, il tempo di una partita di calcio, i tre mattatori del Sì hanno argomentato su tutto: sorteggio, Alta Corte, dibattito su poteri e mansioni con toni rassicuranti. Per questo ieri, quando ho sentito la premier che nel suo intervento alla kermesse del Sì al Teatro Parenti di Milano, diceva che se vincesse il No, gli italiani finirebbero nelle mani di “pedofili”, “stupratori”, “spacciatori” “devastatori” e “gente che strappa figli alla madri”, ho fatto un salto sulla sedia: perché ho capito che se il Sì da due mesi ha fatto una campagna alla dottor Jekyll e Mister Hyde non è per colpa di qualche discolo, ma perché questo stato d’animo – proprio come ieri – convive nella testa della leader carismatica. Facciamo allora un bilancio provvisorio. Una campagna che era iniziata con gli elzeviri dotti e sapienziali del professor Sabino Cassese e del professor Augusto Barbera, con i cultori della materia e con i costituzionalisti, è finita con le invettive colleriche del ministro Nordio, il suo invito a compilare le liste di proscrizione dei finanziatori del No, e gli ululati della capo Gabinetto e madrina della riforma Giusi Bartolozzi: «Se votate sì ci togliamo di mezzo i giudici e quel plotone di esecuzione della magistratura». Ho capito dunque che una campagna che poteva essere declinata in stile britannico («alla Marsilio»), viene adesso convertita per infusione leaderistica e messianica al finale della clava e all’anatema. Siccome siamo tutti polarizzati so che qualcuno mi dirà: «E degli strafalcioni del No non dici nulla?». Per carità: ma se non vi piace qualcosa di Henry John Woodcock (per dire) sapete che l’Italia continua a vivere come prima. Mentre se a «scapocciare» sono il padre della riforma, la madrina della riforma, la leader che ha voluto la riforma e i due vicepremier che sono gli apostoli della riforma, è evidente che da domani il mezzo Paese che non la condivide non si può sentire sicuro. È certo che se vincesse il Sì i magistrati salirebbero i gradini delle procure con le ossa rotte: anziché separare le carriere, si stanno separando i poteri. E l’unico che resta in campo – asserviti gli altri due – è quello esecutivo. Perché non c’è bisogno di un fine giurista per capire che sono state uccise le posizioni moderate, le letture equilibrate e persino il buonsenso. Se la Meloni, come ha fatto ieri, mette la parola “Io” dentro questa campagna referendaria, e dall’altra parte l’Italia del No si trova effigiata tra «i pedofili», «gli stupratori», «gli spacciatori», «i devastatori» e «gente che strappa figli alle madri», è evidente che chi scrisse non rimpiangerà solo Aldo Moro e le sue «convergenze parallele», ma persino il «Coniglio Mannaro» (copyright Giampaolo Pansa) Arnaldo Forlani. E qui torno per un momento al dibattito di Pescara. Giunto all’ultima domanda, Antonio Di Pietro aveva sentito bisogno di una postilla curiosa: «Io voto sì ma sono con i magistrati: non è che non lo sento, Nordio che dice di voler togliere le indagini al giudice… non è che non la sento, la Bartolozzi che dice di voler spazzare via la magistratura… non è che non sento Tajani che vorrebbe proseguire togliendo le indagini ai pm, che è gravissimo… ma tutto questo è fuori dal testo della riforma! Questo è il contesto che non è nel testo. E io», concludeva l’ex pm, «voto solo per il Testo». Ecco, a quel punto, per dovere di cortesia dell’ospite, non ho detto quello che avevo in mente, ma qui posso e devo scriverlo: il testo, senza il contesto, non esiste. E io che sono cultore di Leonardo Sciascia, un grande garantista ipercritico con la giustizia senza passione, invito tutti a rileggersi uno dei suoi più bei libri, che si intitola, non a caso, “Il contesto” (Einaudi). La lezione di Sciascia è l’opposto della morale dipietrista: in nessun luogo, men che meno nel calderone metafisico della politica e del potere, il testo può prescindere dal “Contesto”. Mi rendo conto che qualche dottor Sottile oggi potrebbe persino dirci che il famoso quesito del plebiscito di Mussolini in fondo era poco più di una richiesta referendaria su una lista bloccata (“Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?”). Ma il contesto rendeva quel quesito drammatico è vero. La sintesi autentica di una idea totalitaria. Ed è evidente che se il Sì che oggi governa alterna la maschera del dottor Jekyll a quella di Mister Hyde, le minacce dei test psichiatrici ai pm, gli elogi (ancora Nordio) al Piano di rinascita nazionale di Licio Gelli (la separazione era una idea sua) e i proclami in falsetto della Bartolozzi «Se vince il No me ne vado dall’Italia!», è impossibile (anche per chi non lo è mai stato) non provare nostalgia enorme per la Democrazia Cristiana: nel 1953 la Dc, dopo aver consacrato il potere di Alcide De Gasperi, dopo l’azzardo della legge truffa lo fece fuori. Nel 1974 dopo aver consacrato il potere di Amintore Fanfani lo fece fuori approfittando della sconfitta referendaria. Nel 1980 sacrificò Francesco Cossiga, per punirlo della sua leggerezza nel caso Donat Cattin. Nel 1994 venne sacrificato persino Mino Martinazzoli e finì l’epopea della Balena Bianca. Erano suicidi, forse? Tutt’altro. Furono gli inossidabili sacerdoti del potere: ma era come se la saggezza di un partito-stato, consapevole del proprio potere, che per via del fattore K non poteva avere alternanza, un meccanismo interno di contrappeso, portasse a tagliare le unghie di ogni avventura leaderistica per un bene supremo. Dopotutto persino Aldo Moro nel 1978 fu “sacrificato” dai suoi discepoli fino a produrre l’invettiva estrema del padre del compromesso storico dal carcere delle Br («Il mio sangue ricadrà su di voi»), perché i notabili democristiani si erano convinti che la fermezza contro il terrorismo valesse più della trattativa per salvare una vita. Si gridava nelle piazze contro il «regime democristiano», ma tutti potevano essere garantiti dal comune perimetro della Costituzione. E la Dc da quel perimetro non uscì mai, persino quando questo comportò la defenestrazione del presidente della Repubblica Antonio Segni. La Dc tagliava le unghie a ogni aspirante uomo-forte, perché era un partito forte. Ebbene, quando nel contesto dell’invettiva si mette mano alla Costituzione, e si rompe a martellate l’equilibrio dei poteri separati che governa la Repubblica, non si stanno modificando «sette articoli». È come aprire una cassaforte (la Costituzione) con un piede di porco, sapendo che una volta disinnescato il meccanismo blindato della revisione Costituzionale (su un tema così decisivo, e con una delega così ampia), dopo si potrà svuotare il forziere delle regole con legge ordinaria (come prevede il quesito) e con altri plebisciti di aggiustamento. A questo punto qualcuno mi dice: «E allora perché non vi siete opposti alla riforma di Matteo Renzi?». Casca male. Per quel che mi riguarda, infatti, ero anche contro la riforma Renzi. L’intento era lo stesso. Nei tempi del caos globale i leader che si reggono su partiti e coalizioni “deboli” (sia di destra che di sinistra) propongono riforme apparentemente poco invasive, e sostanzialmente devastanti: ma davvero qualcuno credeva che Renzi e la Boschi volessero abolire il Cnel o istituire il Senato delle Regioni? Figurarsi: quello era il loro piede di porco. E infatti, fino ad oggi, una maggioranza di italiani ha votato No a tutte le riforme mordi-e-fuggi da presidenti del Consiglio-scassinatori: No a Berlusconi (2006). No a Renzi (2016). E se si segue la regola dei dieci anni, si potrebbe chiudere in questo 2026 con una simpatica terna. Fateci caso: tutte queste riforme take away, votate a maggioranza semplice (compresa quella della Meloni), sono accompagnate da una riforma elettorale, che altera gli equilibri Costituzionali. Questo ultimo progetto, poi, regala a una minoranza elettorale una maggioranza assoluta di seggi. Ma se io regalo cento seggi (questo è il premio previsto) ad una minoranza, poi salta tutto il meccanismo delle garanzie Costituzionali, a partire dal quorum qualificato per il Quirinale. Perché Renzi si giocò la poltrona fino al suicidio (politico)? Non perché gli mancasse l’intelligenza politica (è ancora una mente sofisticata, questo è indubbio), ma perché voleva di più, e lo voleva subito. Perché il Risiko della grande politica è una droga che ti fa impazzire, che ti fa vedere l’Italia dall’otto volante di Palazzo Chigi mentre giri come una trottola per il nome come un presepe lontano (dall’alto). E come un rito noioso (dal basso, quando finiscono i gettoni e ritorni a terra). Ecco, io penso che la Meloni si sia infilata in questo pasticcio referendario per una nuova variante del virus Renzi. Proprio lei che fu una carnefice del leader del Pd, lucidissima ai tempi del No (nel 2016), adesso si ritrova anche lei sulla ruota. Aveva detto che non sarebbe intervenuta, ed era una idea molto saggia: non so perché non l’ha rispettata (forse i sondaggi?), so che un quesito votato a maggioranza, e sostenuto dal presidente del Consiglio, non è più un problema da professori, diventa una plebiscito sul leader carismatico. Se Giorgia vince avrà i pieni poteri. Se perde si riposa un po’, e la ruota della Repubblica continua a girare per tutti.

