L’Iran sotto le bombe si unisce intorno a una canzone

Il cantante Mohsen Chavoshi, non allineato al regime, pubblica “Alaj”, la cura «Le scuole senza difesa, le bambine che non hanno colpa, sale un grido di aiuto»
«Hanno rivoltato la terra, si sono avventati sulle scuole indifese, sulle bambine senza colpa». A scrivere queste parole è Mohsen Chavoshi, cantante iraniano popolarissimo in patria che in queste ore pubblica una canzone per chiamare il Paese all’unità nazionale nel mezzo della guerra.
Propaganda del regime, direte voi. Bè, la realtà, come sempre, è più complessa.
Perché Chavoshi non lavora per il governo ma è una delle voci più riconoscibili dell’Iran contemporaneo, un artista cresciuto anche fuori dai canali ufficiali, con una lunga stagione di album e brani diffusi senza permesso, venduti e ascoltati di nascosto prima di ottenere le autorizzazioni formali. La sua traiettoria pubblica è quella di un cantante di massa, spesso percepito vicino alla parte più inquieta, urbana e liberale della società iraniana. Le sue prime uscite furono infatti non ufficiali, senza licenza del ministero della Cultura; e ancora nel 2018 arrivò allo scontro con la censura sulla pubblicazione dell’album Ebrahim, con pezzi caricati online senza via libera della polizia morale.
È per questo che il nuovo brano, pubblicato il 4 marzo sui suoi canali social conta. Già il titolo, “Alaj” — “cura” — indica la direzione del messaggio. L’Iran è lacerato, sì; è attraversato da fratture vere, profonde, sedimentate. Ma davanti alla devastazione che scorre nel videoclip — le scuole sventrate, le bambine uccise, i quartieri soffocati dalle nuvole di petrolio in fiamme — emerge la saldatura brutale tra ferita interna e minaccia esterna.
Le immagini scorrono senza tregua. Macerie. Facce annerite. Padri che alzano in mano gli zainetti insanguinati delle figlie come se dovessero esibire una prova al mondo intero. Teheran sotto una cappa nera che ammorba il respiro di una metropoli che ospita 10 milioni di persone. Famiglie che scappano trascinandosi dietro buste, bambini. E poi feriti che sorridono lo stesso. E poi l’invettiva simbolica: i faraoni.
Nella cultura politica e religiosa iraniana il faraone è il sovrano empio che si crede assoluto, l’arrogante che si mette al posto di Dio, il potere che schiaccia e profana. Quando Chavoshi li chiama in causa, e quando nel montaggio visivo li accosta a Trump e al male occidentale, usa un codice antichissimo, immediatamente leggibile per un pubblico iraniano, persiano, sciita, che riconosce in quella figura il volto della tracotanza che travolge vite innocenti.
Il testo della canzone è una martellata. Tradotto in italiano, suona così:
“Tu siedi sul trono più alto e guardi quest’epoca ferita.
Quanti versi sacri sono stati bruciati, che giorni bui e soffocanti.
Guardare gli uomini sprofondare sempre più in basso, guardare l’orgoglio cieco levarsi, guardare quelli che corrono a colpire, guardare le case sanguinare travestite.
Contro tutti i faraoni del nostro tempo, contro la schiavitù rinata ancora, contro quelli che si nutrono della vita non nata, contro la crudeltà di questo mondo. Le scuole senza difesa, le bambine che non hanno colpa. È salito un grido d’aiuto, e i cuori di pietra affogano nella vergogna.
Quelli rabbiosi che strappano e ringhiano, con la bocca sporca e il fiato impudente, malati e bisognosi di cura, stirpe che vuole lacerare la terra. Si sono rivoltati contro la loro madrepatria, hanno stretto la mano al demonio. Perché non colpisci? Perché non colpisci? O patria, o patria, o patria. Come fai a sopportare tutto questo, Alì, davanti a una crudeltà senza fine? Come fai a inghiottire tutto questo dolore? Insegnaci la tua via, Alì. O primo imam, parla adesso, chiama il salvatore di questa terra. Perché ogni cuore spezzato adesso aspetta ciò che domani può ancora portare.”
Leggendo il testo capiamo che è qui che l’Occidente spesso capisce poco o non vuole capire. Perché se la propaganda americana e israeliana racconta da anni un Iran ridotto a schema — regime cattivo da una parte, popolo da liberare dall’altra — le nazioni vere non funzionano così. Sotto le bombe, ancora meno. I conflitti interni restano, i rancori non spariscono. Ma quando arrivano la distruzione, la scuola colpita, la bambina morta, la capitale avvelenata dal fumo, la linea si spezza altrove: non tra regime e opposizione, ma tra chi chiama tutto questo liberazione e chi lo vede per quello che è, una brutalità.
Dentro il video pesa anche la figura di una ragazza laica, senza velo che offre la sua vita per il Paese come un’altra, con i rasta che durante le proteste tiene un cartello che dice: «Anch’io sono tra coloro che protestano contro le politiche del governo, ma gli assassini di bambini e i mangiatori di carne umana non portano la democrazia nel mio Paese. Che la mia vita sia sacrificata per l’Iran.»
L’immagine è questa: chi contesta il governo ma rifiuta di consegnare il proprio Paese a chi lo massacra. È qui che si rompe la lettura semplice dell’Iran.
Chavoshi sta lì. In un Paese diviso che sotto attacco riscopre la sua unità. Forse precaria ma non sperabile. Uniti Anche se non portano il velo.
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