l’editoriale

Matteotti cento anni dopo. Ritorno al presente del no

19 Marzo 2026

Dalla manipolazione del processo nel 1926 al dibattito attuale: il contesto pesa più delle norme e mette in discussione l’equilibrio tra poteri

Corsi e ricorsi. Lunedì grande emozione a Chieti: ci siamo ritrovati nella stessa aula del tribunale, nello stesso giorno – il 16 marzo – a cento anni esatti di distanza dal processo-farsa in cui furono assolti gli assassini di Giacomo Matteotti. L’iniziativa straordinariamente azzeccata (promossa dal tribunale di Chieti, presidente Guido Campli) aveva le caratteristiche di un rigoroso convegno storico, di altissimo livello. Ai relatori (di cui ero l’unico immeritevole, in quanto non giurista) era stata data la tacita consegna di non fare riferimenti diretti al referendum sulla Giustizia. Ma con altrettanta schiettezza devo dirvi che, man mano che ascoltavo gli interventi, uno più bello dell’altro, era come se quei cento anni di distanza a Chieti improvvisamente si azzerassero. E mi sembrava che quella ricostruzione a più voci fosse la migliore risposta a tutti i sostenitori del Sì, impegnati a dimostrare con argomentazioni “minimaliste” una tesi assai curiosa: quella che, in fondo, se lunedì prossimo la riforma verrà confermata dagli elettori, sul tema dell’indipendenza della magistratura “non cambierà nulla”. Questo esercizio minimalista è stato insistito e martellante: dopotutto si modificano “solo sette articoli” (come se la Costituzione si valutasse come i pomodori o le patate, un tanto al chilo), guardate che non è “una riforma punitiva”, convincetevi che il sorteggio, nei due nuovi Csm e nell’alta Corte di disciplina, è il miglior metodo possibile.

Provo a spiegarvi perché, ricostruendo il quadro drammatico di quegli eventi, la lezione del processo Matteotti dimostra esattamente il contrario. Ecco il contesto di quei giorni terribili: siamo nel marzo del 1926, e il regime di Benito Mussolini si è radicato e insediato nel Paese, anche e grazie all’omicidio del coraggioso deputato socialista. Mussolini ha già pronunciato lo storico discorso di assunzione di piena responsabilità di quell’efferato delitto. Dopo un momento di iniziale sbandamento, fra l’altro, ha recuperato le forze e trovato il coraggio di gridare: «Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io ne sono il capo!».

È il 3 gennaio del 1925, quando il Duce, davanti alla Camera dei Deputati, pronuncia il suo discorso più famoso: «Io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea, ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che assumo – io solo – la responsabilità, politica! Morale! Storica di tutto quanto è avvenuto! Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo», grida Mussolini, «fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana», aggiungeva, «a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, a me la responsabilità di questo», concludeva il Duce, «perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato».

Gli storici considerano unanimemente questo discorso come il momento più importante del transito a regime totalitario. E infatti di lì a poco (sempre nel 1925) vengono varate “le leggi fascistissime” che stringono le maglie della dittatura e accrescono il suo dominio sulla società e sulla macchina dello Stato.

Tuttavia – è questa la cosa più intrigante e contemporanea della giornata di studi di lunedì scorso – lo Stato liberale non è stato ancora cancellato. Lo Statuto Albertino è ancora in vigore: sopravvive con le sue leggi e le sue procedure anche durante (e malgrado) la dittatura. La magistratura (nonostante gli attacchi e le purghe) non è piegata. A Roma c’è un magistrato, Mauro Del Giudice, che non piega la testa: indaga, interroga, identifica i responsabili e mette sotto processo tutti i componenti della squadraccia che ha trucidato Matteotti. Arriva anche ad individuare i mandanti. Al suo fianco c’è un altro magistrato, Guglielmo Tancredi, che lo aiuta e lo sostiene. Due uomini con la schiena dritta, nel pieno della catastrofe: che immagine potente, anche un secolo dopo, due Falcone e Borsellino che abbiamo dimenticato. Ecco, tutti potrebbero pensare che il Mussolini del 1926 avesse il potere di cancellare questa inchiesta scomoda con un semplice tratto di penna. Invece non è così: gli occhi del mondo sono puntati su Roma, la stampa internazionale segue con un’attenzione enorme il processo, in regime è in difficoltà e affanno. E allora ecco la soluzione che rende possibile quel bavaglio: trasferimenti punitivi per chi non si piega, promozioni per rimuovere chi si piega, amnistie taroccate per i reati dei responsabili, costituite ad personam per tirare fuori dalla galera gli uomini della squadraccia.

Sul banco dell’accusa ci sono i tentacoli della Ceka, una banda di scaltri assassini, che tuttavia di fronte ai magistrati alternano le iniziali certezze di impunità («Mussolini è informato», grida Amerigo Dumini, «di quanto loro stanno facendo?») a una paura indicibile («Io non so», aggiunge, «chi sia questo Matteotti!»). E così gli imputati iniziano a ricattare il regime: tirateci fuori o parliamo. Dopo il delitto, nelle ore dell’Aventino, i giornali antifascisti sono abili e determinati nella ricerca della verità, e riscattano con le loro inchieste la vergogna di una stampa di regime intenta a flagellare Matteotti e a difendere i suoi carnefici: il Popolo pubblica un’inchiesta straordinaria (dati i tempi e le condizioni) sulla Sinclair Oil e i retroscena economici del delitto. L’Unità pubblica uno scoop che ha dell’incredibile. È la confessione di Albino Volpi, uno degli uomini della banda dei carnefici: «Mentre picchiavamo Matteotti lui ci gridava: assassini! Barbari! Vigliacchi!».

Ecco perché Mussolini dedica tre mesi della sua vita al sabotaggio chirurgico e meticoloso del processo. Primo passo: spostarlo da Roma a Chieti, per allontanarlo dalla luce dei riflettori. Secondo: «Mettere telefoni e stampa sotto controllo ferreo». Quarto: trasferire a Catania Del Giudice, liberale intransigente, e sostituirlo con il più malleabile Del Vasto. Che infatti derubrica subito il reato da omicidio volontario a delitto preterintenzionale. Quinto: tagliare la catena dei mandanti, assolvendo e promuovendo il quadrumviro Emilio De Bono in Senato. Sesto: grazie alla derubricazione del reato prodotta dall’amnistia, liberare i due architetti dell’omicidio, Giovanni Marinelli e Cesare Rossi: se è un delitto preterintenzionale, infatti, come può esserci un mandante? Ma, una volta che si è arrivati alla derubricazione, l’indulto del luglio 1925 aiuta anche i cinque imputati rimasti sui banchi: Dumini, Volpi, Viola, Malacria e Poveromo si prendono sei anni con la condizionale ed escono di lì a poco.

L’avvocato degli imputati, con la toga di raso nero donata dalle donne di Chieti («Bellissimo episodio di femminismo fascista», secondo le cronache di regime), è il segretario stesso del partito Roberto Farinacci: «Questi uomini sono campioni del fascismo rivoluzionario, acceso, selvaggio e audace!». E la vittima? «Matteotti fu da vivo un gran porco!». Dice Farinacci: «Se questo non fosse un processo politico non sarei qui! Il processo diventa politico perché ci sono io».

Umiliare i magistrati, dunque, ma soprattutto piegarli (o blandirli) con promozioni o degradazioni influenzate dalla politica. Trasformarli in funzionari del ministero privi di autonomia. Far convivere le reliquie della procedura liberale con la nuova architettura totalitaria e politica.

Il regime vince la battaglia mostrando entrambe le sue facce: quella legalitaria di dottor Jekyll e quella feroce di Mister Hyde. Con questa lezione, dunque, si esce dalla macchina del tempo di Chieti nel secolo scorso, e si entra nel presente, e a ciò che è diventato il referendum oggi: non credete ai minimalisti, non credete ai professori sottili e ai coltivatori di cavilli. Il contesto di una riforma conta quanto la riforma: se mentre si fa la campagna elettorale il presidente del Consiglio fa un appello al giorno politicizzando la riforma, non è più una discussione per eruditi. Se il ministro padre della riforma vuole fare «il test psichiatrico» sui magistrati e la sua capa di gabinetto dice che vuole «togliere di mezzo la magistratura». Se il ministro vuole «acquisire le liste» (quindi schedare) di chi finanzia il comitato del No, non è un dettaglio. Per fortuna, in queste ore il più grande contributo alla campagna del No lo ha dato proprio il ministro Nordio: «Questa è la riforma che voleva Licio Gelli? Ma se l’opinione del signor Licio Gelli era giusta», ha detto il ministro, «non si vede perché non la si debba seguire perché l’ha detto lui!». Ma soprattutto: «Il magistrato, inetto, impreparato, inadeguato non va colpito nel portafoglio, ma va colpito nella carriera, e semmai deve essere destituito e deve cambiar mestiere. E questo oggi non accade». Ha ragione. Se il Sì perde, per fortuna, non accadrà mai.