Referendum, Weber: «Il no cresce perché ex Dc e Pci vogliono difendere la Carta»

29 Gennaio 2026

L’analisi del sondaggista sulla riforma della giustizia. Nell’ultimo studio i contrari sotto lo 0,2% rispetto ai favorevoli

PESCARA. Per indovinare il futuro usa una sfera di cristallo molto particolare, fatta di numeri, dati, chiamate e, soprattutto, domande: Roberto Weber, classe 1952, è tra i sondaggisti più noti del Paese. Prima da presidente di Sgw e ora con Ixè, da oltre 40 anni intercetta le preferenze degli italiani prima ancora che le esprimano alle urne. Ha fatto notizia il suo ultimo studio sul referendum della giustizia del 22-23 marzo, l’unico ad aprire uno spiraglio di speranza per i contrari: 49,9% contro 50,1%. Appena 0,2% di scarto.

Una stima controcorrente: tutte le rilevazioni effettuate nei mesi precedenti hanno stimato anche 6-7 punti di vantaggio per i favorevoli. Youtrend per Skytg24, al 23 gennaio, valutava il sì ad addirittura 10 punti di distacco rispetto al no, con un’affluenza prevista al 62%. La stessa Ixè, lo scorso novembre, aveva tarato al 53% i favorevoli al ddl sulla separazione delle carriere, al 47% i contrari. Ora la valutazione è cambiata completamente, ma anche se fosse rimasta la stessa distanza sarebbe «comunque stata insufficiente a dare valutazioni definitive», spiega Weber, «perché in un campo come quello referendario servirebbero almeno 12 o 14 punti percentuali per avere qualche certezza». Ma la vera incognita del referendum, sottolinea ancora il ricercatore, è l’affluenza alle urne: «Il fattore che rende ogni previsione molto rischiosa». Nella sua ultima analisi, arriva al 48%.

Ha azzeccato più previsioni di quante ne ha sbagliate?

«Faccio questo lavoro da oltre 40 anni...Tante volte riesci a prevedere dei risultati che grosso modo si realizzano, altre invece prendi delle cantonate...».

Diciamo 50 e 50?

«Prevedere l’esito di un referendum è ancora più complicato che quello di un’elezione. Se lo ricorda il referendum abrogativo sul punto di contingenza, il duello tra Craxi e Berlinguer?».

Quello per la riduzione dei punti della scala mobile. Il referendum si tenne nel 1985.

«Fu uno dei primi sondaggi della mia carriera. Ricordo che mi presentai alla sede del Pci di via delle Botteghe Oscure con i dati: segnalavano un grande vantaggio dei contrari al taglio dei punti di contingenza, circa il 49%. I favorevoli, invece, non erano più del 30%».

Ma alla fine il referendum non passò.

«Perché quel 49 non divenne mai 51. Capisce perché il referendum sono difficili da prevedere?».

Weber, lei andrà a votare?

«Sì, certo...».

Sì o no?

«Glielo dico dopo, ora parliamo dei numeri. Siamo qui per questo».

Cosa racconta il suo sondaggio?

«Direi preliminarmente che la nostra rilevazione ha un punto di debolezza e uno di forza».

La debolezza?

«Lo dico con schiettezza: la percentuale di affluenza. Il 48% mi sembra un tasso eccessivo, significherebbe quasi la metà della popolazione».

Quasi la metà non sembra poi così tanto.

«Lo è per un referendum di questa natura, di cui buona parte della popolazione dice di non conoscere approfonditamente contenuti che, obiettivamente, si mostrano come molto tecnici».

Il punto di forza invece qual è?

«Dai dati – ed è la seconda volta che lo rileviamo in due mesi – sembra che più si abbassa l’età di chi vota, maggiore è la propensione a essere contrari alla riforma. Il rapporto tra età e contrarietà al governo è inversamente proporzionale».

Significa che tra i giovani sono in maggioranza quelli di sinistra?

«Non c’entrano destra o sinistra, il punto è che sembra ci sia una dimensione intergenerazionale, tra i 18 e i 55 anni, che mostra una sensibilità simile, che la pensa allo stesso modo».

E sopra i 55 anni?

«Da lì in poi cambia tutto. I favorevoli sono la maggioranza».

Non sono fasce troppo ampie della popolazione per fare considerazioni di questo tipo?

«Deve pensare che quasi la metà della popolazione ha più di 55 anni, più o meno 45%. Il punto interessante è che più si va avanti con gli anni, più si è d’accordo col governo, mentre più si è giovani, più si vede a sfavore la proposta. Se il trend si confermasse anche il prossimo mese, sarebbe divertente, no?».

Perché divertente?

«Da un punto di vista scientifico, ovviamente. L’elemento di novità che aggiunge è che ti permette di riflettere su quelle che oggi sono le paure, le preoccupazioni dell’elettorato».

Come si fa, da questo dato, a trarre conclusioni sulle paure dell’elettorato?

«Mi spiego meglio. Contemporaneamente a questo sondaggio abbiamo anche fatto un altra domanda: “A quale Paese bisogna guardare fuori dall’Italia?”. In diversi hanno fatto riferimento al rischio che la Cina superi gli Stati Uniti, ma, in generale, si percepisce un certo disorientamento tra la gente che si informa attraverso i media tradizionali o con quelli nuovi. E guardi che rappresentano un pezzo importante dell’opinione pubblica».

Questo disorientamento potrebbe andare a incidere sul voto referendario?

«Non sono un consequenziale, non credo a priori nel rapporto causa effetto. Ma se esiste questo disorientamento, se esistono queste insicurezze che agitano gli italiani, allora le valutazioni che vengono fatte dai vari testimonial, anche di carattere razionale, potrebbero venire meno a beneficio di altri fattori di influenza ».

L’instabilità è la chiave della geopolitica contemporanea, ogni giorno ne sentiamo una. A due mesi dal voto, non potrebbe cambiare tutto?

«Mai dire mai, teoricamente può cambiare tutto. Quello che le posso dire è che se torna da me tra un mese sarò in grado di dirle come va a finire».

Ma quello che si vede ad oggi è un peso delle valutazioni di pancia potrebbe influenzare in maniera decisiva questo referendum.

«E premiare i contrari alla riforma».

Ci sono altri elementi interessanti che emergono dal sondaggio?

«Le preferenze di chi votava per i comunisti e chi per la Democrazia cristiana».

Spieghi meglio.

«C’è una fetta di quelli che supportavano il Pci, diciamo il 15%, che ora non vota, mentre una gran parte vota Partito democratico. È gente viva, magari non fa troppo chiasso, ma partecipa alla politica. È gente che va alle urne. Allo stesso tempo, c’è una fetta altrettanto estesa di ex elettori della Democrazia cristiana che oggi vota Fratelli d’Italia. Quelli che vengono erroneamente bollati come fascisti ma non lo sono».

Non sono agli antipodi?

«Le assicuro che, almeno dal punto di vista valoriale, comunisti e democristiani non sono così distanti. Per nulla. Li ho studiati per tanto tempo e lo posso dirlo con sicurezza. La conseguenza di questa similarità è che, se vengono stimolati in un certo modo, entrambi reagiscono e riorientano le loro preferenze in un senso che favorisce la dimensione liberale piuttosto che quella della pancia».

Intende dire che potrebbero votare entrambi per il No?

«Parliamo di gente pacifica, che se viene eccessivamente stimolata o comunque male stimolata alla fine potrebbe optare per mantenere le cose come stanno».

Potrebbe essere la prima volta nella storia di questo Paese che comunisti e democristiani votano la stessa cosa.

«Potrebbe essere, sì. Cerco di spiegarmi ancora meglio: in Italia esiste una chiave di moderazione attraverso cui vanno letti gli italiani. Se tu gli proponi di andare oltre, oltre e ancora oltre è difficile che tu riesca a ottenere quello che vuoi».

Di quanti elettori parliamo, potenzialmente?

«Difficile dirlo: qualche centinaio di migliaia di persone».

Riassumendo: a frenare la riforma potrebbero essere i giovani disorientati e gli ex Dc e Pci che sono restii agli stravolgimenti eccessivi.

«Sono dinamiche che possono ridurre l’importanza dei contenuti oggettivi del referendum come la separazione delle carriere, la riforma del Consiglio superiore della magistratura e tutto il resto in favore di altri elementi, molto meno razionali e che hanno a che fare con una sfera più emotiva».

Quanti altri sondaggi farete prima del voto?

«Almeno due o tre ma, come le ho detto, sono convinto che nel giro di un mese riusciremo grosso modo a capire come andrà il referendum».

Quando avete fatto il primo sondaggio?

«A novembre. Allora avevamo registrato uno scarto di 6 punti percentuali».

Si è ridotto parecchio.

«È vero, lo scarto è ridotto, ma nemmeno 6 punti percentuali avrebbero dato alcuna certezza. Considerando 2 punti di margine di errore da una parte e dell’altra, la differenza si riduce sensibilmente».

A quanto corrisponde il margine oltre il quale si è sicuri della propria previsione?

«Direi che servono almeno 12-14 punti percentuali di vantaggio per avere qualche garanzia sulla vittoria. Di meno significherebbe non poter avere alcuna certezza».

La notizia dell’ultima ora è che il Tar ha confermato le date del referendum al 22-23 marzo. Se fosse slittato di una settimana, sarebbe cambiato qualcosa?

«Non credo al giornalismo sensazionalistico che tenta di avvalorare questo tipo di ipotesi. La gente non sceglie all’ultimo giorno cosa andare a votare».

Su quale basi ne è così sicuro?

«Se mi sta chiedendo se ho qualche prova, no, non la ho. Ma faccio questo lavoro da molto tempo, abbastanza da poter dire che non è così. Credo che possano nascere delle contrapposizioni, basate anche su un fondo di realtà, ma non è che in una settimana o in un mese le cose possano cambiare più di tanto».

Sa già cosa andrà a votare?

«Sì. All’inizio ero a favore, ero pronto a mettere la croce sul sì, ma poi ho cambiato idea: voterò no».

C osa l’ha spinta a cambiare idea?

«Diciamo che ho visto delle cose che mi hanno indotto a cambiare idea».

Quando era giovane votava comunista?

«Sì, ho sempre votato per il Partito comunista».

Non è che anche lei appartiene alla fetta di pacifici ex comunisti e democristiani che non vogliono la “guerra”?

«Le rispondo così: votavo comunista e al referendum metterò la croce sul no».

©RIPRODUZIONE RISERVATA