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12 aprile

12 Aprile 2026

Oggi, ma nel 1928, a Milano, in piazza Giulio Cesare, esplodeva la bomba del presunto regicidio ai danni di Vittorio Emanuele III, in occasione della visita regale alla cerimonia d’apertura della IX edizione della Fiera campionaria, che causava 20 vittime e 40 feriti. L’ordigno era piazzato nel basamento in ghisa di un lampione del piazzale. Verosimilmente l’attacco dinamitardo (nella foto, particolare, la cerimonia funebre in Duomo, estremamente partecipata, tre giorni dopo, il 15 aprile 1928) più che puntare ad eliminare il sovrano sabaudo voleva compiere una strage: per innalzare il livello di allarme sociale. Un po’ come accadrà per Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura, sempre nel capoluogo lombardo, ma nel contesto degli anni di piombo in salsa tricolore.

Per l'attentato alla Fiera molte saranno le piste analizzate, da quella anarchica a quella massonica, da quella delle spie filo-governative a quella dei fuoriusciti antifascisti nemici del regime, da quella dei dissidenti in orbace a quella degli slavi del confine orientale. Fino a quella dell’ipotetico coinvolgimento del controverso federale littorio Mario Giampaoli in combutta contro l'ala farinacciana del partito mussoliniano. E quella che coinvolgerà Romolo Tranquilli, fratello minore dello scrittore abruzzese Secondino, in arte "Ignazio Silone". Nel dettaglio si tratterà di una macchinazione da parte dell'Ovra per giungere al futuro autore di “Fontamara”, che era in clandestinità in territorio elvetico e aveva condotto un ambiguo ruolo di informatore della polizia in orbace e di esponente di vertice del Pci.

Di fatto Romoletto, classe 1904, "fenicottero" comunista più per compiacere il germano che per reale convinzione politica, arrestato il giorno dopo la deflagrazione, 13 aprile di quel 1928, a Brunate, in quel di Como, dove avrebbe dovuto incontrare Luigi Longo che gli avrebbe dato documenti necessari per espatriare in Svizzera, non uscirà vivo dal penitenziario di Procida. Vi morirà, a 28 anni, il 27 ottobre 1932. Spirerà ufficialmente per motivi di salute, ma ufficiosamente per le sevizie rimediate durante gli interrogatori e la carcerazione preventiva. Verrà comunque condannato a 12 anni per aver confessato d’essere un "rosso".

Quella del 12 aprile ’28 verrà considerata la prima grande strage meneghina destinata a rimanere senza un colpevole assicurato alla giustizia. Nonostante l’impegno del sostituto procuratore militare distaccato al Tribunale speciale Vincenzo Balzano, da Castel di Sangro. Prima di allora c’era stato il "botto" fatto dal libertario individualista livornese Bruno Filippi, il 7 settembre 1919, al caffè Biffi, nella Galleria Vittorio Emanuele II, ritrovo abituale del Circolo degli industriali lombardi. E poi, invece, ci sarà l’imboscata al teatro Diana, sempre all’ombra della Madonnina, il 23 marzo 1921, che annovererà 21 decessi e 80 feriti nel tentativo di "fare secco" il questore Giovanni Gasti.